Perché se la mucca fa MU il merlo non fa ME?

Tempo fa abbiamo proposto ai lettori di partecipare attivamente alla selezione dei contenuti del blog tramite la pagina facebook con “Chiedilo al naturalista”, sondaggio online in cui chi avesse avuto una curiosità sul mondo naturale avrebbe potuto porci una domanda in merito, alla quale avremmo tentato di rispondere secondo le nostre possibilità, conoscenze e capacità multidisciplinari (‘stiamo freschi’, avrete pensato in parecchi).
Alcune domande ci sono piaciute così tanto che abbiamo pensato di utilizzarle come ulteriore esperimento, rispondendo in più di uno ma non ‘a più mani’ sullo stesso leitmotiv, bensì singolarmente ed indipendentemente, per vedere come la visione delle Scienze Naturali propria di ciascuno di noi ci avrebbe portati a dare risposte (forse) completamente diverse l’una dall’altra. E infatti questo è proprio ciò che è successo…

Perché se la mucca fa MU il merlo non fa ME?

I

La mucca non fa MU perché si chiama ‘mucca’, ma piuttosto si chiama ‘mucca’ perché fa MU. Di conseguenza, sarebbe il merlo a doversi chiamare ‘firulìfirulàrlo’, e non il suo verso essere ME anziché FIRULÌFIRULÀ. (Uhm, dalla domanda traspaiono delle basi un po’ troppo antropocentriche…)
Comunque, di animali che devono il loro nome all’onomatopea del loro richiamo più caratteristico ce ne sono tanti; così tanti che in italiano non me ne viene in mente nemmeno uno (a parte il pascoliano ‘chiù‘, che però in italiano corretto si chiama assiolo), ma in inglese il caso che ritengo più emblematico è il ‘chiffchaff’ (il luì piccolo), che, se tendete l’orecchio in un bosco in primavera, potrete appurare che fa proprio CIFFCIAFF.
Ma succede anche con i nomi scientifici. Pensiamo alle nostre due tortore più familiari: quella comune (che ormai purtroppo non è più così comune), Streptopelia turtur, fa effettivamente TURRTURR, mentre quella dal collare, Streptopelia decaocto, fa un verso che con un po’ di fantasia (tanta!) può effettivamente sembrare un DECAOCTO.
Naturalmente le onomatopee che descrivono i versi degli animali variano da Paese a Paese, a seconda dell’orecchio e della grammatica (e della fantasia: in Germania la civetta era considerata un presagio di morte perchè pareva che il suo KWIT-OUUUH suonasse come ‘Kirchen-hooof’ – Kirchenhof – vale a dire ‘cimiterooo’…). Ecco quindi che uno stesso animale – indovinate voi quale!? – in Italia fa BAUBAU, in Germania WUFFWUFF, nelle isole britanniche WOOFWOOF, in Francia OUAHOUAH, e via discorrendo. Ma comunque noi lo chiamiamo ‘cane’ – acc, alla fine ve l’ho detto io – e non ‘baubau’, perlomeno dacché non siamo più dei gattonatori pannolinomuniti. Il che ci consente di rilevare un’altra verità: non tutti gli animali – anzi, invero pochissimi – devono il loro nome alla loro vocalizzazione. Anche perché i versi di alcuni non li conosciamo – ricordate la canzone sul coccodrillo? – o non li possiamo sentire perché vengono emessi con frequenze al di fuori delle capacità di captazione umane.
Ma sicuramente non avviene mai che la vocalizzazione dipenda dal nome che l’uomo ha assegnato! D’altronde, pensate se il castoro facesse “CAS! CAS!”: chi lo sente nei boschi penserebbe che stia imprecando in veneto perché gli è crollata una diga. Ostreghéta!

Gabriele

II

Innanzitutto, prima di leggere  questa risposta, andate ad ascoltarvi questo meraviglioso pezzo d’arte pregno di significati esistenziali.  Fatto? Bene. Adesso, grazie alla maggiore consapevolezza della nostra mera condizione umana e dell’origine della domanda, torniamo a noi.

Dunque, partiamo dal fatto che tra gli agronomi la mucca non esiste:  si chiama vacca. Sono d’accordo anch’io che suona maleducato,  che avranno mai fatto di male ste povere bestie, ma così è se si vuole essere pignoli. Noi continueremo a chiamarla mucca perchè siamo gentili.

Per semplificare, il “verso” di un animale è semplicemente un suono prodotto dall’individuo, di solito emesso per comunicare qualcosa a conspecifici e non. Saltiamo tutta la parte della comunicazione, dei suoi significati ed evoluzione che non ne usciamo più, ci si infilano pure i linguisti. Saltiamo anche tutta la parte di invertebrati e vertebrati che usano praticamente di tutto per produrre e modulare suoni, che siano corde vocali, vesciche natatorie, vibrazione o sfregamento di insospettabili parti del corpo e chi ne ha più ne metta. Rimaniamo ai nostri due vertebrati che producono suono espellendo aria da un pertugio: il merlo (Turdus merula) e la mucca (Bos taurus).

Entrambi utilizzano delle membrane elastiche per modulare i suoni che sono espulsi dagli apparati respiratori grazie ad una contrazione muscolare, e le somiglianze si fermano praticamente qui. Mentre nei mammiferi come la mucca sono presenti le “corde vocali” nella laringe, nel nostro merlo, come in tutti gli altri uccelli, in particolare quelli appartenti all’ordine del Passeriformi, è presente una struttura chiamata “siringe”. Le strutture sono morfologicamente diverse, ma la differenze più interessante consiste nel fatto che quest’ultima, nei Passeriformi Oscini come il merlo, si sviluppa anche sui bronchi principali, permettendo al passeriforme di turno di produrre e modulare due suoni contemporaneamente. Sono canterini per un motivo, mica pizza e fichi. Inoltre la posizione di queste strutture è molto importante anche all’interno delle rispettive specie e fa variare di molto i tipi di suoni emessi.

Un’altra differenza tra i versi di questi due animali riguarda le frequenze del suono emesso. La differenza, oltre a quella morfologico sopracitato, è anche di natura dimensionale: maggiori dimensioni, in natura, vanno usualmente di pari passo con emissione di suoni con toni più gravi e profondi. Ovviamente con tutte le eccezioni del caso dovute alle modalità con cui il suono viene emesso, basti pensare al barrito di un elefante, ma la regola generale è quella.

Avrei anche potuti rispondere ”Perchè sono due animali diversi” e chiuderla lì, ma così è più interessante per tutti.

Fabrizio

 

 

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