Seveso, 40 anni dal primo “choc ambientale” da diossina

Sono passati 40 anni dal disastro di Seveso, uno dei peggiori incidenti industriali italiani, nonché il primo classificato come “choc ambientale”. Ciò nonostante, le giovani generazioni probabilmente non ne hanno mai sentito parlare. Facciamo quindi il punto della situazione.

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Un’immagine storica dell’epoca.

L’ICMESA, appartenente al gruppo multinazionale svizzero di Hoffman-La Roche dal 1963, era una industria chimica situata nel Comune di Meda, a pochi chilometri da Milano, nell’attuale provincia di Monza e Brianza. Il nome deriva dall’acronimo di Industrie Chimiche Meda Società Azionaria, mentre i cittadini locali la chiamavano ironicamente “la fabbrica dei profumi” a sottolineare la serie di sgradevoli odori che essa emanava nel circondario, scatenando proteste e battaglie tra le dirigenze comunali e quelle dell’azienda per quasi 30 anni. La fabbrica produceva principalmente prodotti di base per l’industria chimica, per l’industria farmaceutica e per quella dei coloranti organici.

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La fabbrica dell’ICMESA

Il 10 luglio del 1976 però qualcosa andò storto. Un guasto tecnico e probabilmente un errore umano, portarono al riscaldamento di un reattore dove veniva prodotto triclorofenolo, un preparato usato sia nella composizione di erbicidi sia in quella di alcuni antibatterici. La forte pressione creatasi, minacciava di fare esplodere l’intera fabbrica, ma i sistemi di sicurezza entrati in azione, fecero scattare una valvola che però portarono, come conseguenza, alla fuoriuscita nell’ambiente esterno di una nube bianca contenente per lo più diossina. Nell’aria si dispersero in forma di aerosol circa 400 kg di prodotti potenzialmente tossici e di cui si sapeva ben poco, trascinati per più di 1.800 ettari di terreno. Il Comune più colpito, in base alla direzione dei venti al momento dell’incidente, fu Seveso ma furono investiti anche i Comuni di Meda, Cesano Maderno, Desio e le zone limitrofi.

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Possibili effetti della cloracne su un bambino che, nonostante tutto, sorride

Inizialmente nessuno capì la gravità della situazione e, tra smentite e parziali ammissioni, passarono cinque giorni prima che le autorità locali misero in pratica le prime ordinanze per tutelare la salute della popolazione. I primi segnali di allarme furono la morte di alcuni animali da cortile come pecore e polli, e il generale ingiallimento delle foglie degli alberi di tutta la zona colpita. Successivamente, cominciarono i primi malesseri delle persone che subirono la nube tossica. La prolungata esposizione a diossina provoca infatti una eruzione cutanea chiamata cloracne, soprattutto su volto e braccia, che può portare anche alla formazione di cicatrici permanenti. Solo due settimane dopo, il 24 luglio, evacuarono la zona più inquinata imponendo lo sfollamento di più di 600 persone e alloggiate successivamente per più di un anno in due hotel del milanese. Di queste persone, 41 famiglie non rividero più la loro casa: le conseguenze della contaminazione furono considerati così gravi che le abitazioni furono distrutte e stoccate in vasche di contenimento assieme al terreno più superficiale della zona più colpita. Le culture vennero distrutte e gli animali soppressi. Il 7 agosto 1976, quasi ad un mese di distanza dal disastro, fu autorizzato l’aborto terapeutico per le donne che ne facevano richiesta, con il dubbio di non sapere quali effetti la diossina potesse avere sui nascituri, questo considerando anche che il referendum sull’aborto si sarebbe svolto solo due anni dopo. Inoltre la popolazione fu invitata a non procreare per i successivi 6 mesi, facendo così trascorrere un periodo di destossificazione.

 

Ma cos’è la diossina? Perché ancora oggi fa così paura? Dal punto di vista chimico, le diossine sono una classe di composti il cui componente principale è una anello di sei atomi di carbonio. Esistono numerose molecole classificabili come diossine, ma la più nota e più pericolosa è la tetraclorodibenzodiossina, conosciuta più ampiamente con la sigla TCDD. Queste non hanno un utilizzo industriale (se non per alcuni studi sperimentali di nicchia, non ancora comprovati) ma sono un prodotto inevitabile di molti processi di combustione. Le diossine si formano naturalmente anche durante un incendio boschivo, soprattutto in carenza di ossigeno. Dal 1997 è considerata come sicuramente cancerogena e posta dallo IARC nel Gruppo 1 Cancerogeni per l’uomo. Il suo potenziale di pericolosità è così alto, che la TCDD è la molecola di riferimento per la tossicità delle altre sostanze. Questa può portare a gravi danni alla pelle, al cuore, allo stomaco, al sistema linfatico e certamente agli organi posti alla detossificazione del corpo umano come fegato e reni. Oltre all’esposizione diretta, il rischio di contaminazione avviene anche tramite l’accumulo della diossina nelle derrate alimentari, sia animali che vegetali.

L’incidente di Seveso scosse il mondo intero ed è infatti considerato ancora oggi uno dei peggiori incidenti ambientali al mondo! La portata dell’incidente portò l’Unione Europea a riflettere sui pericoli potenziali dell’industrializzazione, adottando quindi una direttiva specifica indirizzata al controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose. La direttiva, denominata appunto Direttiva Seveso, ha quindi obbligato i Paesi membri dell’UE a classificare le sostanze pericolose utilizzate e prodotte nelle industrie, identificando i siti a rischio e disponendo il controllo dell’urbanizzazione e l’informazione degli abitanti dei rischi che corrono, nonché l’esistenza di un’autorità preposta all’ispezione dei siti a rischio.

 

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Una mappa dell’area di studio

Nel sito contaminato di Seveso, fu trasportata nuova terra in loco e la zona venne rimboschita. Il processo di bonifica però cominciò solo cinque anni più tardi Oggi è conosciuto come il Parco delle querce. Le conseguenze di quell’incidente, si fanno però ancora sentire. Uno studio del 2008 conferma una correlazione tra l’aumento di malformazioni neonatali e l’esposizione alla nube tossica, mentre è controversa l’incidenza dei tumori (probabilmente dovuto all’indeterminazione specifica delle relazioni causa-effetto, ndr).

 

L’imbarazzo sorge soprattutto quando il nome di Seveso, 40 anni dopo, è più famoso all’estero che in Italia, dove si tende spesso a dimenticare piuttosto che a ricordare ed imparare dagli sbagli del passato. E la memoria si fa labile, in special modo quando si tratta di “battere cassa”, tendendo quindi ad escludere che ci siano pericoli nascosti appena sotto il terreno: infatti il progetto della Pedemontana Lombarda (un sistema viabilistico in via di costruzione a nord di Monza) minaccia di porre i suoi cantieri attraverso i territori contaminati e riportare così in superficie quelle quantità di diossina ormai penetrate nel terreno. Per questo sono in questi mesi in atto delle verifiche di contaminazione tramite analisi di carotaggi del terreno.

 

Per maggiori informazioni, di seguito sono riportati dei link che riportano la cronaca dettagliata della storia dell’ICMESA, i racconti di chi ha subito i danni e degli approfondimenti sulla contaminazione da diossina.

 

Massimo

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