Ignobili Sirfidi!

Qualche settimana fa sono stati assegnati e consegnati i premi IgNobel, e ovviamente il web ci si è scatenato. Di che si tratta? A prima vista, sembra una mera parodia, anche un po’ grottesca, del riconoscimento più prestigioso al mondo, il Nobel. Il nome stesso è vistosamente una distorsione satirica dell’originale. Ma l’IgNobel non è solo quello.
IgNobel: “ricerca che prima fa ridere, e poi fa riflettere“. Questo è lo slogan, ed è anche il genuino spirito della ‘premiazione’. In pratica vengono premiate ricerche (validamente pubblicate su riviste scientifiche internazionali soggette a peer-review, mica sul Papersera) che di primo acchito sembrano un po’ stravaganti, ma che poi [spesso, forse non sempre] rivelano conclusioni generali più rilevanti.

Qualche esempio, pescando solo dagli ultimi anni: un ricercatore che spaventava le renne travestito da orso polare per vedere se c’era differenza rispetto a quando vedevano un orso polare vero o un ricercatore ‘travestito da ricercatore’; un altro travestito da capra – con tanto di protesi per renderglisi più simile possibile – per studiare la socialità e l’individualità di quegli animali; nonché una ricerca che ha sorprendentemente rivelato come i cani defechino seguendo attentamente il magnetismo terrestre.
Che dette così, in barba alla parte sulla riflessione, fanno ridere e basta; ma le ho presentate volutamente in modo tendenzioso, perché purtroppo è così che fanno tanti. Non divulgare la Scienza, e nemmeno riportarla, ma piuttosto screditarla, magari non di proposito ma semplicemente per superficialità. Un meccanismo dannoso, che forse è meglio comprensibile con un esempio lampante attinto proprio dagli ultimi IgNobel.

ap_episyrphus_balteatus

Un Sirfide. Che c’azzecca qua? Lo scoprirete a breve.
Foto per gentile concessione di Alida Piglia.

Tra tutte le categorie possibili, ho scelto di concentrarmi sull’ultimo IgNobel per la letteratura, conferito quest’anno a Fredrik Sjöberg, fatto oggetto di immotivati perculamenti a seguito del premio. Immotivati e anche poco informati, visto che la ‘collezione di mosche’ del titolo [1] è stata esposta nientemeno che alla Biennale di Venezia!
Sjöberg non è solamente un grande esperto di Sirfidi – come racconta nel primo dei suoi libri, ha trovato una quantità rilevante di specie nuove per la Svezia semplicemente andandoli a cercare per anni su un’isola di pochi chilometri quadrati – ma, per l’appunto, anche uno scrittore coi controfiocchi. Roba che cominci a leggere un suo libro in treno e da tanto che ti ci immergi rischi di perdere la fermata (ammetto che mi stava per succedere, mi ha salvato la fine del capitolo).

Perché, nonostante l’ingannevole titolo del primo volume [1], l’opera non parla [solo] di mosche, che pure ne sono il filo conduttore; la storia è molto più complessa, molto più godibile – ok, per chi è un entomologo sarebbe stata godibile anche se avesse parlato solo di mosche – e intreccia l’autobiografia dello stesso Sjöberg con le avventurosissime vite di entomologi del secolo scorso suoi connazionali: René Malaise, grande esploratore e inventore dell’omonima trappola entomologica nel primo libro, e Gustaf Eisen – che è stato un sacco di cose oltre che entomologo: archeologo, etnologo, pittore, coltivatore d’uva, cacciatore del Sacro Graal…sì, dico davvero, e forse l’ha pure trovato – nel secondo. Personaggi che non stavano mai fermi, sia fisicamente che mentalmente. E il modo in cui sono scritti i libri li fa davvero rivivere, frenetici come allora, nella nostra immaginazione, man mano che proseguiamo nella lettura, alternando senza soluzione di continuità aneddoti sulla vita dell’autore e dei suoi maestri, chicche sull’affascinante vita dei Sirfidi (da qualche parte, ogni tanto, le ‘mosche’ del titolo devono pure ricomparire), riflessioni mai banali sull’importanza della ricerca e della conservazione della natura – ma anche semplicemente filosofiche, nonché aforismi che spesso catturano appieno lo spirito dell’entomologia, delle Scienze Naturali in generale.
Un libro unico per narrazione e contenuti, peculiare, impossibile da incasellare in un genere definito, e che un naturalista non può che divorare avidamente una pagina dopo l’altra (ma visto il successo editoriale del primo volume l’anno scorso, direi che anche chi non mastica molto di Scienze Naturali sembra averlo apprezzato).

Sono convinto che certe stolide canzonature siano dovute anche un po’ all’infelice scelta del titolo dell’edizione italiana; che di per sè non ha niente che non vada, ma vista la superficialità dilagante, un libro con le ‘mosche’ nel titolo evoca esclusivamente quelle fastidiosissime che passano la loro vita posandosi prima sullo stallatico e poi sulle persone (che razza di demente potrebbe collezionare insetti così schifosi!?), e non quelle meraviglie dell’evoluzione che sono i Sirfidi.

Già, ‘i’ Sirfidi. Perché sono tanti, sapete, quasi 500 specie nella sola Italia. Non ‘una specie di mosca’, come ho letto su N blog che liquidavano sbrigativamente (e male) il contenuto del libro – e non solo dopo gli IgNobel di quest’anno, ma anche l’anno scorso, quando tanta gente era stupefatta dell’esorbitante successo di un libro apparentemente incentrato sul collezionismo di insetti morti. Solo un caso di quella scoraggiante superficialità generalizzata che qualche volta ho fatto del mio meglio per rattoppare. Invano, temo.

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Un altro Sirfide, sempre per gentile concessione di Alida Piglia.
Non vi ricorda qualcosa?

Eccolo qua il nòcciolo del problema: proprio a causa di questo modo superficiale di ‘comunicare la Scienza’ (ma, spesso, anche di recepirla), la seconda parte dello slogan degli IgNobel se la dimenticano tutti. E la conseguenza diventa piuttosto “ricerca che prima fa ridere, e poi fa indignare“: ma come, si buttano soldi per studiare come cacano i cani e per mandare in giro degli etologi malamente travestiti da orsi polari!? Inaudito, no!?
Per intaccare la superficialità è giocoforza informarsi. Ma informarsi costa. Costa tempo e ‘fatica’, anche in un’era in cui basta ‘googlare’ la parola chiave e subito col primo risultato ci si può fare un’idea di cosa si stia parlando.
Se però si fa questo sforzo immane, ci si aspetta – legittimamente, tutto sommato – che i risultati siano attendibili, ed è qua che casca l’asino: perché succede sempre più spesso che nemmeno certi ‘divulgatori’ sappiano di preciso, o magari nemmeno a spannometro, di cosa stanno parlando; l’importante è acchiappare ‘likes’. Informarsi costa tempo e fatica pure a loro, sapete. La differenza è appunto che chi non sa nulla di Scienza si affida a loro, e se riceve cavolate – che non è in grado di individuare come tali – le prenderà per vere, e poi si sentirà legittimato a ripeterle a pappagallo perché gliele ha propinate qualcuno ‘che ne sa’. Il che rende l’essere approssimativi in questo contesto semplicemente imperdonabile.

ap_eristalis_cfr_tenax

Ancora un Sirfide, sempre ‘catturato’ e concessoci da Alida Piglia.
A questo punto una somiglianza dovreste averla notata… [2]

Questo, palesemente, non era un articolo sui Sirfidi. Se lo fosse stato, avrei potuto mettermi a disquisire sugli affascinanti meccanismi del mimetismo batesiano [2], sull’estrema importanza degli impollinatori nel nostro ecosistema sempre più compromesso, sull’opportunità di prenderli come modello per lanciarsi nello studio di altri gruppi di insetti utili ancora meno conosciuti di loro…
Invece no.
Q
uesto era un articolo sul modo in cui la maggior parte della ‘divulgazione scientifica’ che vediamo in giro oggi, oltre a non essere veramente ‘scientifica’, è anche fatta male; non per fare critica sterile, ma per mettere in guardia chi ci si imbatte. Era una scusa per pubblicare qualche foto di Alida, che zitta zitta quatta quatta sta diventando sempre più brava come fotografa d’insetti. E soprattutto era un’appassionata recensione dei libri di Sjöberg, che sono semplicemente fantastici e che tutti dovreste leggere. E dopo averli letti fare una bella pernacchia a quelli che li liquidano deridendoli perché sono troppo ottusi per capire che la divulgazione parte dalle fonti originali e non da resoconti di quarta mano. E soprattutto va fatta con passione e cognizione di causa, non con superficialità e con l’unico scopo dei ‘likes’.

Gabriele


Note

[1] Ad oggi, della trilogia di Sjöberg sono stati tradotti in italiano solo i primi due volumetti:
L’arte di collezionare mosche, 224 pp., 2015, Iperborea.
Il re dell’uvetta, 224 pp., 2016, Iperborea.
Sono in trepidante attesa del terzo…

[2] Uno degli aspetti più interessanti dei Sirfidi, che sono assolutamente innocui e privi di pungiglioni e ghiandole velenifere di sorta, è che le loro livree imitano quelle di api e vespe, in quello che viene definito ‘mimetismo batesiano’ (una specie innocua ne imita una ‘pericolosa’ per scoraggiare eventuali predatori).
Quando ho chiesto ad Alida delle foto per corredare l’articolo, lei ha pensato bene di sceglierne tre che rappresentassero altrettanti Sirfidi che ‘copiano’ specie di Imenotteri diverse, dando un’ottima panoramica sulla varietà di questo affascinante gruppo di Ditteri:
nella prima foto Episyrphus balteatus, che somiglia a una piccola vespa;
nella seconda Milesia crabroniformis, che ricorda un calabrone;
nella terza Eristalis cf. tenax, che è tal quale alle api.

 

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