Lupus ex fabula

Il lupo è il “tema caldo” di questi giorni: domani verrà discusso dalla conferenza Stato-Regioni il nuovo piano di gestione e conservazione del lupo in Italia, che ha fatto tanto clamore nei giorni scorsi per via dell’inserimento della possibilità di deroga al divieto di caccia. Tanto clamore che, alla fine, diverse Regioni si sono schierate contro questa insensata deroga…vedremo domani come andrà a finire.
Per l’occasione, abbiamo chiesto di scrivere un pezzo sul lupo per il Platypo a una naturalista che se ne è occupata direttamente. Magda ha infatti studiato i lupi sia per la sua tesi di laurea triennale sia per la magistrale; sotto la guida del prof. Meriggi dell’Università di Pavia, uno dei massimi esperti italiani sull’argomento, ha toccato con mano le tematiche fondamentali sullo studio della dinamica di popolazione, della gestione e del conflitto con le attività umane di questa specie così importante per il nostro ecosistema, tenendo anche alcune serate divulgative sull’argomento. Questo tanto per precisare che sa di cosa parla.
A lei, dunque, la parola     [Gabriele]

Alcune paure sono difficili da eliminare, soprattutto quelle più ataviche e intrinseche, come la paura del buio, dei serpenti, degli insetti, e anche dei predatori. Gli occhi gialli che brillano nella notte, i ruggiti sommessi e i passi silenziosi di misteriosi animali del bosco non ci lasciano certo indifferenti. Tutte queste paure sono parte del nostro patrimonio culturale e genetico, derivano da secoli di esperienza dei nostri antenati che dovevano sopravvivere nell’ambiente naturale, e sono quasi impossibili da evitare.
Chi non ha paura del lupo cattivo? Chi vorrebbe incontrarne uno sul proprio cammino (a parte un piccolo numero di appassionati e ricercatori)? Questa paura, i miti e le false informazioni che circondano la figura del lupo fanno sì che una grande porzione della popolazione non accetti questa specie e la sua recente espansione sul territorio italiano, oltre ai “conflitti di interesse” che spesso si possono creare con alcune categorie specifiche come allevatori, pastori e cacciatori che vedono nel lupo un loro competitore e nemico diretto. Lo dimostrano le numerose e gravi azioni di bracconaggio che negli ultimi anni si sono verificate in tutto il nostro Paese, sulle Alpi e sull’Appennino: lupi avvelenati, catturati nei lacci, fatti ritrovare decapitati di fronte alle sedi di Parchi ed altri Enti per la protezione dell’ambiente, spesso considerati gli attuatori della reintroduzione del predatore in Italia poiché purtroppo è ancora difficile da accettare l’idea di una naturale espansione (spaziale e numerica) delle popolazioni animali.

La presenza del lupo sul territorio è avvertita come qualcosa di dannoso, soprattutto perché da diversi decenni non siamo più abituati a convivere con un predatore e accettare il cambiamento non è semplice, mentre si preferisce cercare di mantenere lo status quo e lasciarsi contagiare dall’idiosincrasia verso questa specie, vedendola anche dove non c’è (basti pensare ai latrati, alle impronte e agli avvistamenti che sono stati ricollegati al lupo quando non si trattava d’altro che di cani vaganti) e dandole la colpa per la scarsità della selvaggina, per la scomparsa di capi di bestiame abbandonati allo stato brado sui pascoli, e perfino per la difficoltà a poter passeggiare con serenità nei boschi accompagnati dai proprio figli e da uno o più cani (rigorosamente non al guinzaglio).

Sono stati questi sentimenti e le pressioni esercitate affinché “si faccia qualcosa e si risolva il problema” a far sì che nel nuovo Piano per la Gestione del lupo in Italia, attualmente in fase di approvazione definitiva, sia stata inserita una deroga da applicare alla protezione assoluta di questa specie (da parte della normativa nazionale ed europea [1]) e che ne permetta l’abbattimento controllato fino al 5% della popolazione totale.
Molte sono state le proteste da parte di associazioni ambientaliste, dalla LAV al WWF, il quale ha anche stilato un decalogo di motivazioni per le quali non è consigliabile approvare queste deroghe; non si tratta puro “idealismo green”, non è un’avversione alla semplice uccisione di alcuni animali, come nel caso dell’opposizione al controllo di specie alloctone e nocive (ad esempio la nutria e lo scoiattolo grigio), ma si tratta di interesse per la conservazione di un predatore in una condizione di fragile equilibrio, ancora in fase di ripresa dopo una quasi totale estinzione dal territorio italiano.

Prova di questo fatto è che anche diversi ricercatori ed esperti si sono schierati contro tale proposta [2], indicando principalmente le difficoltà nella determinazione degli individui da abbattere in termini di sesso e classe d’età ma anche, e soprattutto, di ruolo e posizione all’interno del branco: la rimozione di un individuo dominante, ad esempio, può portare alla dispersione del branco e ad un aumento della pressione predatoria sul bestiame, poiché i singoli animali, non organizzati in gruppo e con una scarsa conoscenza del territorio, tendono a selezionare prede più “facili”, per non parlare del danno che verrebbe apportato al pool genetico della popolazione se venissero rimossi gli individui dalle migliori caratteristiche.

L’obiezione principale che viene mossa riguarda poi le scarse e incomplete conoscenze che, ad oggi, abbiamo sul lupo in Italia; non esiste ancora un unico studio, effettuato su scala nazionale, coordinato e con un metodo standardizzato, e che sia condotto abbastanza a lungo da fornire informazioni sul trend, la struttura e la consistenza della popolazione: si parla del 5% di un totale ignoto, di una stima lassa che si aggira tra i 1.200 e i 1.800 individui.

La grande sconfitta che deriverebbe, infine, dall’approvazione di questo punto del Piano di Gestione sarebbe soprattutto ideologica: significherebbe ammettere l’inefficienza dei metodi preventivi contro la predazione sulle mandrie e sulle greggi (e basterebbe davvero poco, un semplice ritorno alle buone pratiche di allevamento con stabulazioni, recinzioni e guardiania), e validare le paure delle persone accettando come ultima (ma poi, ultima davvero?) arma di “protezione” da questa specie la sua eliminazione diretta.
In definitiva, non ci sono le conoscenze adeguate e le tempistiche non sono ancora idonee per poter applicare le deroghe proposte dal Piano in totale sicurezza per la conservazione del lupo e, soprattutto, la popolazione italiana non è ancora libera dalle paure e dai preconcetti verso questo predatore per poter permettere che passi e che venga legittimato il messaggio che “i lupi sono troppi”…fanno ancora troppa paura!

Magda


Note
[1] In Italia, dal 23 luglio 1971 con Decreto Ministeriale (“Decreto Natali”), il lupo è una specie protetta, quindi non cacciabile, e secondo l’attuale piano normativo italiano è tutelato dalla legge 157/92 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio (art: 2, 4, 19 -c.2-, 26) e dalla legge 357/97 Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alle conservazione degli habitat naturali e semi-naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche (art: 7 -c.2-, 8 -cc.1,2-, 11 -c.1-, 12).
A livello comunitario è tutelato dalla Convenzione di Berna (1979) – Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, dove, nell’allegato II, viene menzionato come specie strettamente protetta. Il lupo inoltre è tutelato dalla Direttiva Habitat EU (1992) – Direttiva n. 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche, che, nell’allegato IV, ne impone una protezione rigorosa.
[2] Una sintesi in questo articolo di Lisa Signorile.


*** Qualche fonte:

Dossier WWF sul Lupo in Italia (2016)

Rassegna stampa sul Piano di Gestione che verrà discusso domani

Piano di Gestione e Conservazione del Lupo in Italia (versione 2015)

5 “favole” da sfatare sul Lupo

10 cose da sapere sul Lupo (video)

Quanti lupi ci sono in Italia? Articolo scientifico e versione divulgativa

*** E, in particolare, questi articoli scientifici che dimostrano che:

Abbattere i predatori non ha effetti benefici sulla salvaguardia del bestiame

La predazione sul bestiame è maggiore da parte di lupi ‘allo sbaraglio’ piuttosto che da parte di lupi organizzati in branchi ben strutturati

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