L’ombrello del Gallo Cedrone

Visto il weekend piovoso, sono stato ispirato a scrivere un pezzo sulle specie-ombrello.
La migliore definizione di ‘specie-ombrello’ nella quale mi sono imbattuto è la seguente: “specie la cui conservazione attiva comporta indirettamente la conservazione di molte altre specie dell’ecosistema”. Chiara e concisa.
In soldoni: se le nostre azioni gestionali sono finalizzate al mantenimento dell’habitat elettivo di una specie dalle esigenze ecologiche molto ristrette, queste azioni comporteranno benefici a quella specie, ad altre specie dalle esigenze ecologiche simili e anche a un certo numero di specie più generaliste. Mentre focalizzandosi su specie meno specialiste, al contrario, l’habitat probabilmente perderebbe le caratteristiche necessarie al mantenimento delle specie più esigenti.

Quello di ‘specie ombrello’ (umbrella species) è un concetto che non va confuso con ‘specie-bandiera’ (flagship species, che indica una specie appariscente e nota al grande pubblico, spesso ‘simpatica’ o ‘carismatica’, che generalmente viene utilizzata per attirare l’interesse su problematiche conservazionistiche, magari come simbolica mascotte di un progetto di conservazione o cose del genere) e ‘specie-chiave di volta’ (keystone species, che indica invece una specie che ha potenzialmente un forte impatto sull’ecosistema contribuendo a plasmarlo con la sua presenza e la sua azione).
Benché nulla vieti che una specie-ombrello possa anche essere una specie-chiave di volta nel suo ecosistema, o che possa essere utilizzata come specie-bandiera. Pensiamo ad esempio ai grandi carnivori europei: sono animali specializzati la cui conservazione richiede la tutela di ampie aree delle quali benificiano numerose altre specie (ombrello), sono noti al grande pubblico che spesso li percepisce in modo positivo – almeno finché non cominciano a sbranare il bestiame – (bandiera), ed essendo al vertice di catene alimentari complesse hanno un forte impatto nel modellare ‘a cascata’ i livelli trofici sottostanti (chiave di volta) (N.B.: nel caso delle specie-chiave di volta si parla naturalmente di un impatto positivo! L’azione predatrice del lupo mantiene le popolazioni di ungulati a livelli sostenibili per l’ecosistema, mentre l’assenza di predatori causa una sovrabbondanza di ungulati deleteria).
Ma i casi in cui le tre caratteristiche coincidono non sono frequentissimi.

Tutti questi tre concetti sono importanti, ma quello di specie-ombrello è spesso quello più utile quando si pianifica la gestione degli ambienti naturali, oppure l’istituzione di aree protette: è infatti quasi sempre impossibile avere informazioni complete su tutti gli aspetti della biodiversità di un’area, per quanto essa possa essere ristretta, perciò l’applicazione di questa logica è quella che potenzialmente potrebbe dare più benefici all’ecosistema. Per quanto non manchino le perplessità su questo modus operandi, e diversi ricercatori facciano notare che non sempre le esigenze di una specie-ombrello rispecchiano quelle di molte altre specie, e che peraltro i criteri per la definizione delle specie-ombrello non sono sempre chiari e/o condivisi. [1, 2, 3]

cedrombrello

Gallo cedrone maschio in parata di corteggiamento (fonte: Wikipedia)

Nelle coniferete alpine (ma anche nella taiga), un’importante specie-ombrello è il gallo cedrone (Tetrao urogallus), un grosso gallinaceo in forte rarefazione sulle Alpi, noto soprattutto per le spettacolari parate di corteggiamento che i maschi ingaggiano in primavera per conquistare le femmine. Animale che peraltro, viste le valenze storico-culturali e folkloristiche oltre che naturalistiche, può benissimo essere considerato anche una specie-bandiera.
Le esigenze ambientali del gallo cedrone sono molto specifiche a livello di fisionomia della vegetazione: l’habitat tipico della specie è costituito da boschi di conifere maturi, radi, con sottobosco non troppo folto e ricco delle piante di cui gli adulti si nutrono (in particolare mirtilli e piante simili) e più o meno indisturbati dalle attività umane; ambienti non esattamente facili da trovare, al giorno d’oggi.

L’effetto ‘ombrello’ del gallo cedrone sulle Alpi si può già constatare osservando che questo habitat – coniferete mature non molto fitte – è considiviso da altre specie ornitiche di pregio e ancora piuttosto esigenti: civetta nana (Glaucidium passerinum), civetta capogrosso (Aegolius funereus) e picchio nero (Dryocopus martius); che tuttavia, date le loro abitudini alimentari, sono meno esigenti del gallo cedrone almeno per quanto riguarda il sottobosco. Possiamo passare poi alle specie più genericamente presenti nelle coniferete della fascia montana, alle specie più genericamente boschive, e così via.

Questo, per lo meno, a livello teorico, o a ‘buon senso’. Ma di fatto è effettivamente così?

È stato dimostrato da diversi studi che effettivamente la conservazione attiva dell’habitat del gallo cedrone dà benefici all’intera comunità ornitica, che risulta più ricca di specie dove la gestione forestale è indirizzata in questo senso, o dove sono comunque presenti le caratteristiche adeguate; risultati a conferma di questa tesi sono stati ottenuti sulle Alpi [4], sui Pirenei [5] e nella taiga finlandese [6]. Questa valenza è però, come spesso succede per queste specie-ombrello, limitata a certi taxa: finché si parla di uccelli, o ci si estende ad altri vertebrati [6], il gallo cedrone va bene; va meno bene se si passa ad altri gruppi animali, per esempio a certe famiglie di coleotteri boschivi la cui ricchezza non è stata trovata correlata alla presenza del gallo cedrone [7].

Anche l’impiego delle specie-ombrello per indirizzare le decisioni gestionali e conservazionistiche ha quindi qualche problematicità. Ma d’altronde, come ripete spesso un mio professore, la perfezione non è di questo mondo, e quando si tratta di conservazione della natura può andare bene anche applicare dei metodi imperfetti, se sono comunque validi in buona parte e, soprattutto, meno imperfetti rispetto ad altri.

Gabriele


Bibliografia

[1] Simberloff D., 1998, Flagships, umbrellas and keystones: is single-species management passé in the landscape era?, Biological Conservation 83 (3): 247-257.

[2] Roberge J.-M. & Angelstam P., 2004, Usefulness of the umbrella species concept as a conservation tool, Conservation Biology 18 (1): 76-85.

[3] Seddon P.J. & Leech T., 2008, Conservation short cut or long and winding road? A critique of umbrella species criteria, Oryx 42 (2): 240-245.

[4] Suter W., Graf R.F. & Hess R., 2001, Capercaillie (Tetrao urogallus) and avian biodiversity: testing the umbrella-species concept, Conservation Biology 16 (3): 778-788.

[5] Macabiau C., Menoni E., Defos du Rau P., Gudffond B. & Joachim J., 2005, Forest management, avian biodiversity and umbrella species, what about the capercaillie Tetrao urogallus in the Pyrenees?, X International Grouse Symposium, 26-30 settembre 2005, Luchon, comunicazione poster.

[6] Pakkala T., Pellikka J. & Linden H., 2003, Capercaillie Tetrao urogallus – a good candidate for an umbrella species in taiga forests, Wildlife Biology 9: 309-316.

[7] Bollmann K., Graf R.F., Debrunner R. & Suter W., 2005, The capercaillie as an umbrella species in mountain forests: does it live up to expectations of conservationists?, X International Grouse Symposium, 26-30 settembre 2005, Luchon, comunicazione poster.