La triste storia di Melomys rubicola

Sotto richiesta insistente di Gabriele, oggi sono qui per raccontarvi del Bramble Cay Melomys, cui nome scientifico è Melomys rubicola (Thomas, 1924), piccolo roditore abitante, o forse sarebbe meglio dire ex-abitante, di Bramble Cay, una piccola isola corallina sita a Torres Strait, Australia.
Da come, spero, avrete capito un po’ dal titolo e un po’ dalla breve introduzione, questa specie è stata purtroppo dichiarata Extinct (EX), secondo la scala IUCN, nel 2016.
Allora perché dedicare un post intero ad un roditore che non esiste più??? Continuate a leggere e capirete il perché…

Prima di tutto un po’ di storia, prometto che sarò breve!
M. rubicola è stato trovato per la prima volta nel non molto lontano 1845, dal Luogotenente Yule, comandante della HMS Bramble, e dalla sua squadra che si trovava proprio sull’isola corallina. Secondo le testimonianze dell’epoca, la popolazione di questa specie stava benone, aveva infatti un’elevata densità e la si trovava spesso. Durante quella missione, un individuo di questa specie venne raccolto da un certo MacGillivray, trasportato sulla HMS Fly, per poi essere descritto. Cosa che però avvenne solo nel 1924.

Qualche decade dopo, per essere precisi nel dicembre 1978, è stato possibile fare una stima della popolazione vivente, e secondo quanto pubblicato poi [1], si contavano alcune centinaia di individui.

melomys1

15 anni dopo venne fatto il primo censimento con tanto di trappole notturne ai fini di ottenere una stima scientificamente corretta e coerente. Risultato? La popolazione si era drasticamente ridotta al di sotto del centinaio di individui, dato che si basava sulla cattura di 42 individui.
Dato questo basso numero, i censimenti continuarono per poter monitorare l’andamento della specie, nel 2002 e 2004 vennero fatte due nuove indagini che portarono alla cattura di 10 e 12 individui rispettivamente. Il declino continuava inesorabilmente…

Andiamo verso i nostri giorni. Per essere precisi siamo nell’anno 2011. Nuovo censimento. Nuovi strumenti. Individui trovati: 0.
Gli scienziati non mollano. Anno 2014, mese di Marzo, nuovo sforzo, aumento del numero delle trappole. Individui trovati: 0.
Questo è stato il momento, l’anno, in cui gli scienziati hanno iniziato a preoccuparsi sul serio, disperati sì ma non sono mica rimasti con le mani in mano, nemmeno decisero di dare conclusioni troppo azzardate, questo perché il monitoraggio del Marzo 2014 era stato fatto in modo abbastanza superficiale. Quindi, si rimboccarono le maniche e nella seconda metà del medesimo anno partì una nuova missione, carica di massimo sforzo mentale e fisico, che aveva lo scopo di trovare il topolino, portarlo nell’entroterra, farlo sviluppare e riprodurre in modo da arrivare ad un numero abbastanza elevato e poi riportarlo nell’isola natia. Più di 900 trappole notturne furono utilizzate, a questo si sommarono le fototrappole, osservazioni personali, ricerca di danni ai nidi di tartarughe, ricerca di resti di scheletri o di resti mummificati, qualsiasi cosa che potesse provare anche la minima presenza del Melomys rubicola nell’isola.

Purtroppo, però, nonostante il grande impegno, questo piccolo roditore non è stato ritrovato.
L’ultima presenza documentata è datata 2004, l’ultima testimonianza invece risale al 2009, quando un pescatore sostenne di aver visto il piccolo Melomys ancora presente sull’isola.

In conclusione, nonostante Limpus avesse già avvisato negli anni ’80 che l’unica popolazione conosciuta di Melomys rubicola stesse crollando numericamente, nonostante tutti gli sforzi, la specie è stata dichiarata estinta da Bramble Cay.

Ma com’è possibile che un’intera specie possa scomparire in così poco tempo? E, di nuovo, perché QUESTA specie è così importante, tanto da aver causato molto scalpore durante tutto il 2016 nella comunità scientifica? Tranquilli che ci stiamo arrivando!
Non è possibile dare la colpa ad un solo fattore per quanto riguarda l’estinzione di questa popolazione. Secondo quanto riportato da [2] bisogna andare con un certo ordine:
Cani domestici e la caccia da parte di indigeni che ogni tanto mettono piede su Bramble Cay hanno potuto ridurre il numero già critico della popolazione, MA non così tanto da causarne l’estinzione; l’impatto quindi di questo fattore è estremamente limitato.
Erosione da parte del vento: essendo Bramble Cay un’isola molto piccola, l’attività erosiva è riuscita a modificare notevolmente il perimetro dell’isola e le sue dimensioni, basti pensare che nel 1998 la dimensione totale era di 4 ettari mentre nel 2004 era di soli 2 ettari. PERÓ, è stato altresì osservato che l’attività erosiva abbia un andamento stagionale, quindi fluttua nel tempo, portando ad un continuo effetto collo di bottiglia*.
La disponibilità dei rifugi si è andata riducendo nel tempo, nonostante anche questo fattore mostri un pattern stagionale.
Problema: non è chiaro come l’effetto a collo di bottiglia e la riduzione dei rifugi possa aver causato una scomparsa così rapida della specie. Gli scienziati cercarono quindi altre cause, come ad esempio:
Riduzione drastica della copertura vegetale: dal 2004 al 2014 si è ridotta di ben il 97%!!!! In particolare il Melomys dipendeva per cibo e rifugio da Portulaca oleracea.
Ed ecco che finalmente si arriva ad un fattore che si ipotizza essere chiave nell’estinzione del roditore. Ma davvero una riduzione della vegetazione ha fatto estinguere una specie? Chi ha causato la riduzione in numero delle piante in modo così rapido da portare ad un’equivalente riduzione numerica di un mammifero?
La risposta era sotto al naso degli scienziati: era il cambiamento delle condizioni climatiche globali e locali. In particolare, ed è qui che potremmo dire che venga il bello, è stata l’oscillazione delle inondazioni oceaniche sull’isola ad aver causato la morte di tutti gli organismi.

melomys2

“Mi stai dicendo che un’ondata di acqua ha fatto affogare un’intera specie? Che cosa c’entrano allora le piante?”
Ve l’ho detto che la cosa si sarebbe fatta interessante andando avanti con la lettura!
Come ormai tutti dovremmo sapere, il livello medio del mare a livello globale sta aumentando, si parla di valore MEDIO, cioè da qualche parte si alza di più e da altre parti meno. Bene, il nord dell’Australia, e di conseguenza Bramble Cay, ha registrato i tassi di crescita del livello del mare più alti [3].
Numerosi articoli [4, 5, 6, 7, 8] hanno dimostrato che le inondazioni oceaniche sono di grande impatto sulle isole coralline e sono conseguenza del cambiamento climatico antropogenico.
Eventi riguardanti almeno una parziale inondazione di Bramble Cay sono stati già documentati in passato in diverse occasioni nell’ultimo quarto di secolo [9, 10, 11], e proprio durante l’ultimo monitoraggio del 2014 sono state osservate inondazioni ed infiltrazioni di acqua nell’isola.

Ora, è complesso dire se l’acqua marina abbia distrutto la vegetazione da cui la specie era totalmente dipendente o se le onde abbiano direttamente ucciso gli individui, o se sia stata la combinazione di entrambe le cose, quello che è certo è che la forza delle onde è stata in grado di distruggere un’intera popolazione di roditori terrestri.

Come avrete capito dagli ultimi paragrafi, le inondazioni casuali sono dovute ad un aumento del livello del mare, che è una delle conseguenze del cambiamento climatico, che è a sua volta un fenomeno causato/accelerato dall’attività antropica. Perché vi sto dicendo questo? Perché è arrivato il momento della tanto attesa risposta alla domanda iniziale “Allora perché dedicare un post intero ad un roditore che non esiste più???”
*Rullo di tamburi*
L’estirpazione del Melomys rubicola da Bramble Cay è avvenuta per un aumento del livello del mare. L’incidenza così elevata di eventi climatici estremi, come appunto sono state le inondazioni, avvenuti in pochi anni è stato così significativo da andare a provocare e a rappresentare la prima estinzione documentata di mammifero dovuta solamente (o primariamente) al Cambiamento Climatico di origine antropica.

Il cambiamento climatico è reale e le conseguenze le stiamo già osservando.

Francesca


Note

Sono in atto monitoraggi in zone limitrofe a Bramble Cay per avere la certezza assoluta che la specie non si trovi più da alcuna parte, gli scienziati ovviamente tutt’oggi sperano di trovare almeno delle specie ad essa affini.

Il testo esposto è una versione riadattata, redatta e riassuntiva del report pubblicato da Gynther et al. (2016) [2], dal quale sono tratte anche le due fotografie che corredano l’articolo.

* In biologia delle popolazioni, con ‘collo di bottiglia’ si intende una situazione nella quale solo pochi individui di una popolazione sopravvivono ad un evento distruttivo casuale.


Bibliografia

[1] Limpus, C.J., Parmenter, C.J. & Watts, C.H.S. 1983. Melomys rubicola, an endangered murid rodent endemic to the Great Barrier Reef of Queensland. Australian Mammalogy 6: 77–79.

[2] Gynther, I., Waller, N. & Leung, L.K.-P. 2016. Confirmation of the extinction of the Bramble Cay melomys Melomys rubicola on Bramble Cay, Torres Strait: results and conclusions from a comprehensive survey in August–September 2014. Unpublished report to the Department of Environment and Heritage Protection, Queensland Government, Brisbane.

[3] Church, J.A., Woodworth, P.L., Aarup, T. & Wilson, W.S. (eds.) 2010. Understanding Sea-Level Rise and Variability. Wiley-Blackwell, Hoboken, NJ, USA.

[4] Mimura, N. 1999. Vulnerability of island countries in the South Pacific to sea level rise and climate change. Climate Research 12: 137–143.

[5] Church, J.A., White, N.J. & Hunter, J.R. 2006. Sea-level rise at tropical Pacific and Indian Ocean islands. Global and Planetary Change 53: 155–168.

[6] Mimura, N., Nurse, L., McLean, R.F., Agard, J., Briguglio, L., Lefale, P., Payet, R. and Sem, G. 2007. Small islands. In Climate Change 2007: Impacts, Adaptation and Vulnerability. Contribution of Working Group II to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on 40 Climate Change (Eds M.L. Parry, O.F. Canziani, J.P. Palutikof, P.J. van der Linden & C.E. Hanson), pp 687–716. Cambridge Press, Cambridge, UK.

[7] Department of Climate Change. 2009. Climate Change Risks to Australia’s Coasts. A First Pass National Assessment. Australian Government, Canberra, ACT.

[8] Webb, A.P. & Kench, P.S. 2010. The dynamic response of reef islands to sea-level rise: Evidence from multi-decadal analysis of island change in the Central Pacific. Global and Planetary Change.

[9] Dennis, A. & Storch, D. 1998. Conservation and Taxonomic Status of the Bramble Cay Melomys, Melomys rubicola. Unpublished Report to Environment Australia Endangered Species Program Project No. 598. Queensland Department of Environment, Atherton, Qld.

[10] Latch, P. 2008. Recovery Plan for the Bramble Cay Melomys Melomys rubicola. Environmental Protection Agency, Brisbane, Qld.

[11] Gynther, I., Fell, D.G. & Freeman, A. 2014a. Results of a March 2014 Survey of Bramble Cay and Three Other Uninhabited Islands in the North-eastern Torres Strait, with Particular Reference to the Bramble Cay Melomys. Unpublished report to the Department of Environment and Heritage Protection, Queensland Government, Brisbane.

 

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Le guide agli animali delle Alpi (Blu Edizioni) – recensione

Mare o montagna è l’eterna dicotomia delle vacanze all’italiana, e io parteggio decisamente per la seconda delle due opzioni. Personalmente mi sto infatti godendo qualche giorno di vacanza sulle Alpi prima di rientrare, troppo presto, nella torrida pianura padana, e ne sto approfittando (per lo meno in quei rari momenti in cui non diluvia) per dedicarmi un po’ all’osservazione della fauna alpina. E, da buon naturalista, pur avendo quella necessaria infarinatura di base su tanti gruppi animali, preferisco appoggiarmi a testi affidabili quando si tratta di scendere nello specifico. Ecco quindi la necessità, per i naturalisti così come per i semplici appassionati, di buone guide da campo!

Sull’argomento “fauna alpina” sono state scritte tonnellate di libri, da manuali tascabili di formato fin troppo ridotto a trattati mastodontici, passando per grandi volumi fotografici (spesso stupendi, ma che in genere costano un occhio della testa) e rare monografie su singole specie. Si potrebbe stare per giornate intere a snocciolare titoli e titoli, ma non è davvero il caso.
Quello che intendo fare con questa breve recensione multipla è invece consigliare agli appassionati di fauna in generale – e di fauna alpina in particolare – una serie di libri davvero ben fatti che amalgamano perfettamente i pregi dei manuali da campo con il piacere visivo dei grandi libri illustrati e la serietà scientifica necessaria a comunicare adeguatamente al grande pubblico la biologia e l’ecologia delle specie animali, così come i comportamenti da adottare per un’osservazione rispettosa e sicura degli animali in natura.

Si tratta delle guide agli animali delle Alpi edite da Blu Edizioni, casa editrice piemontese molto sul pezzo per quanto riguarda la pubblicazione di libri sulla Natura e l’Ambiente.
Tutto ha avuto inizio nel 2009 con la pubblicazione del volume sugli Uccelli. Questi rappresentano in effetti il gruppo animale che per primo, già a metà del secolo scorso, ha iniziato a catturare l’interesse popolare, con l’avvento del birdwatching; in un certo senso è stato quindi naturale che il primo passo fosse un manuale sugli Uccelli.
Ma per fortuna era solo l’inizio di una serie: già nel 2012 ecco aggiungersi un libro sulle Farfalle – indubbiamente il gruppo di invertebrati più amato dai ‘non addetti ai lavori’ – e uno sui Mammiferi, quest’ultimo particolarmente interessante dal momento che le guide da campo ai Mammiferi sono generalmente più rare rispetto a quelle su altri gruppi di vertebrati. Nel 2013 fu la volta del manuale su Anfibi e Rettili, e solo poche settimane fa, con grandissima soddisfazione e dopo una certa attesa, ho finalmente potuto sfogliare una copia fresca di stampa del volume sulle Libellule, insetti dei quali sono particolarmente appassionato e che sempre più stanno suscitando l’interesse popolare, avendo dato origine negli ultimi anni ad un vero e proprio fenomeno di dragonflywatching.

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Scendendo nei dettagli tecnici, l’impostazione dei diversi volumi è simile, per quanto ogni autore o gruppo di autori abbia comunque dato la propria impronta – certamente tarata anche sul tipo di gruppo animale trattato – a ciascun singolo manuale.
Le schede delle specie sono strutturate in testi brevi ma molto informativi corredati da numerose e significative fotografie e da diversi schemi che permettono di cogliere in modo immediato caratteristiche fondamentali delle specie come dimensioni, habitat, distribuzione altitudinale e geografica, e tanto altro. I testi approfondiscono le informazioni essenziali date dagli schemi e il modo in cui distinguere la specie del caso dalle specie simili; le fotografie rappresentano la più vasta gamma possibile dell’aspetto e dei comportamenti degli animali, in modo da costituire una solida base per un’ampia casistica di situazioni in cui è possibile osservarli.
Il sottotitolo di ogni volume recita “come riconoscerli/e, dove e quando osservarli/e”, e in effetti, oltre alle ottime schede delle specie, ogni volume include anche una esaustiva parte introduttiva nella quale, oltre alle caratteristiche generali del gruppo animale trattato, vengono forniti anche utili consigli per osservare nelle condizioni migliori – sia per noi sia per loro – questi animali nel loro ambiente naturale.

Perché tanto entusiasmo? Queste guide da campo hanno veramente la proverbiale ‘marcia in più’ rispetto a tante altre?
Le caratteristiche che rendono una guida da campo degna di essere ritenuta affidabile, comprata ed utilizzata sono tante, e meglio è se ne vengono soddisfatte la maggior parte contemporaneamente; le tre principali, a mio parere, sono la competenza scientifica degli autori, la capacità di stilare testi concisi ma allo stesso tempo precisi ed esaurienti, e la presenza di un valido apparato iconografico, sia esso disegnato o fotografico. Se cerchiamo il pelo nell’uovo – e di solito io lo cerco – potremmo aggiungere un formato comodo per lo zaino o i tasconi di un gilet o un giubbotto e un prezzo abbordabile.
Detto questo, non resta in effetti molto altro da aggiungere: il grande pregio di queste guide – di tutte e cinque – è proprio quello di rispettare alla grande tutte le condizioni fondamentali riportate sopra. Di guide da campo alla fauna alpina ne ho viste tante, comprate diverse, apprezzate poche; queste, lo dico in tutta sincerità, sono nel complesso le mie preferite.
Ulteriore punto di forza è che il contesto biogeografico alpino viene considerato nella sua interezza, abbattendo i campanilismi e spaziando a tutta la catena: si tratta davvero di guide alle specie di tutte le Alpi, e non solo a quelle delle Alpi italiane. Qualcosa di unico nel panorama editoriale in italica lingua.
Se dovessi per forza trovare un elemento negativo sarebbe che è poco pratico portarsele in campo tutte contemporaneamente, perché cinque formati tascabili messi insieme diventano comunque un mattone; ma francamente mi sembra poco verosimile che qualcuno nello stesso giorno si metta in testa di osservare, poniamo, sia le libellule delle torbiere alpine sia gli stambecchi e i camosci in cima alle vette, quindi è una critica abbastanza cedevole.

Si tratta, lo riconosco, di una recensione forse un po’ soggettiva, e non pretendo di avere chissà quale autorità in materia anche se in quasi un quarto di secolo ho collezionato numerosi scaffali di libri sull’argomento.
Quindi, se siete interessati agli animali delle Alpi e state cercando delle buone guide da campo, fatevi voi la vostra idea: entrate in una libreria, sfogliate uno di questi manuali, lasciatevi affascinare dalle fotografie e appassionare dai testi che rivelano abitudini e segreti di questi meravigliosi animali…e credo che mi darete ragione.

Gabriele


 

Gli Uccelli delle Alpi
B. Caula, P.L. Beraudo & M. Pettavino, 2009, 320 pp.

Le Farfalle delle Alpi
G. Ferretti, 2012, 320 pp.

I Mammiferi delle Alpi
L. Canalis, 2012, 270 pp.

Gli Anfibi e i Rettili delle Alpi
S. Bovero, L. Canalis & S. Crosetto, 2013, 160 pp.

Le Libellule delle Alpi
M.E. Siesa, 2017, 240 pp.

 

I Cappelli degli Stregoni

Strano a dirsi, perfino da parte di un naturalista un po’ nerd, ma pare proprio che la fine del 2016 abbia portato alla ribalta i cappelli degli stregoni letterari nella tassonomia.

La tassonomia è la branca della Scienza che si occupa di dare un nome agli organismi viventi e di stabilire le relazioni di parentela sussistenti tra di essi, quindi anche di classificarli. All’interno di questa disciplina, la nomenclatura è nello specifico quella parte che codifica le regole con cui vengono attribuiti i nomi scientifici e, quindi, come vengono denominati e descritti gli organismi.
Tra le molte possibilità che si hanno quando si dà il nome ad una nuova specie (le regole tecniche della nomenclatura imbrigliano le formalità da usare per la descrizione delle nuove specie, ma non regolamentano la scelta del nome, che è arbitrariamente deciso dal tassonomo che denomina il nuovo organismo), c’è quella di dedicarla a qualche personaggio celebre, vero o immaginario che sia.

Tra i vari futuri articoli per il Platypo che stanno prendendo forma nella mia mente e nel mio blocco degli appunti, ce n’è giustappunto uno sulla nomenclatura scientifica di animali e piante battezzati con nomi di personaggi fantasy, e quando finalmente riuscirò a terminarlo e proporvelo, vedrete che sono veramente tantissimi; per il momento però vorrei offrirvene un assaggio citando due casi particolari e recentissimi che hanno attirato la mia attenzione perché coincidentalmente si sono concentrati in pratica sullo stesso concetto, pur facendo riferimento a due saghe fantasy diverse, seppure simili.

Arcella gandalfi [1] è un’ameba descritta alla fine del 2016 da un gruppo di protistologi brasiliani. Mentre Arcella è, molto ‘banalmente’, un genere di tecamebe (amebe dotate di guscio) che vivono nelle acque dolci e sui muschi di ambienti umidi, già conosciuto – e quindi già classificato e nominato – da tempo, l’attributo specifico [2] gandalfi è stato scelto ad hoc per evidenziare quella che secondo gli scopritori è la peculiarità di questa ameba: ha la stessa forma del cappello da stregone di Gandalf!
Per chi non avesse vissuto su questo pianeta negli ultimi quindici anni [3], Gandalf il Grigio è lo stregone dei principali romanzi di Tolkien, ben rappresentato nelle due recenti trilogie cinematografiche tolkieniane di Peter Jackson, caratteristicamente vestito di grigio (almeno finché non diventa Gandalf il Bianco) e dotato di un particolarissimo cappello a punta con la tesa larga in tinta con il resto del vestiario.
Nelle figure che corredano l’articolo di Féres et al. si vedono diversi esemplari della nuova ameba, e in effetti solo un paio hanno davvero una forma che potrebbe vagamente ricordare il cappello dello stregone; mentre il colore è abbastanza diverso. Ha forse giocato un effetto determinante per l’ispirazione che ha condotto alla scelta di un tale nome, invece, l’immagine restituita dalla scansione al microscopio elettronico, resa in colore grigio piombo, che effettivamente potrebbe ricordare proprio o il cappello di Gandalf o la cappa di un camino; ma Arcella cappacamini non sarebbe davvero stato un nome particolarmente accattivante.

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Il cappello di Gandalf (a sinistra) e l’ameba Arcella gandalfi (a destra) a confronto. O forse è il cappello a destra e l’ameba a sinistra. Scusate, il mio elfico è un po’ arrugginito, e anche Gandalf sembra un po’ confuso (troppa erba-pipa?).

Eriovixia gryffindori [4] è un bellissimo [scusate il parere personale] ragno della famiglia Araneide, descritto anch’esso negli ultimi mesi del 2016, da un trio di aracnologi indiani. Il nome, che forse non è di immediata comprensione per i fan più ‘tiepidi’ della saga della Rowling, deriva da Godric Grifondoro (Gryffindor nella versione originale), originario proprietario di quello che è poi diventato il Cappello Parlante (Sorting Hat nella versione originale) che smista gli studenti nelle quattro Case di Hogwarts, dal momento che l’addome di questo ragno ha una forma molto particolare, che effettivamente di profilo ricorda moltissimo quella di tale cappello.
I ragni del genere Eriovixia, diffusi dall’Asia orientale all’Africa, sono bestiole affascinanti: hanno l’interessante – e utile, per loro – caratteristica di mimetizzarsi imitando le foglie morte e rinsecchite che si trovano nel loro habitat, costituito dalle grandi foreste tropicali e subtropicali. La somiglianza con le foglie morte ovviamente garantisce a questi ragni il doppio vantaggio di rendersi invisibili sia ai potenziali predatori sia alle potenziali prede.
Immagino – forse un po’ sadicamente – il turno del povero aracnofobico Ronald Weasley in una cerimonia di Smistamento svolta, per un tragico errore (o forse per un tiro mancino di quel burlone di Albus Silente), usando il ragno anziché il vero cappello…

Gabriele


Note

[1] Féres J.C., Porfirio-Sousa A.L., Ribeiro G.M., Rocha G.M., Sterza J.M., Souza M.B.G., Soares C.E.A. & Lahr D.J.G., 2016, Morphological and morphometric description of a novel shelled amoeba Arcella gandalfi sp. nov. (Amoebozoa: Arcellinida) from Brazilian continental waters, Acta Protozoologica 55 (4): 221-229.

[2] Ogni nome scientifico è composto da due elementi: il primo, scritto con la maiuscola, è il nome del Genere al quale la specie appartiene, mentre il secondo, scritto con la minuscola, viene detto attributo specifico, e designa quella specie in particolare distinguendola da tutte le altre specie appartenenti a quel Genere; il nome della specie è quello composto da tutti e due i termini considerati insieme, e non dal solo attributo specifico.

[3] Ovviamente la prima apparizione di Gandalf non è così recente, ma risale al 1937, anno di pubblicazione de “Lo Hobbit”; tuttavia, l’iconografia con la quale il grande pubblico identifica lo stregone è ormai quella dei film di Jackson, il primo dei quali è uscito nel 2001.

[4] Ahmed J., Khalap R. & Sumukha J.N., 2016, A new species of dry foliage mimicking Eriovixia Archer 1951 from Central Western Ghats, India (Araneae: Araneidae), Indian Journal of Arachnology 5 (1-2): 24-27.

Morire di freddo per il riscaldamento globale

La natura è ricca di paradossi, e spesso amo certi di questi paradossi. Forse amo un po’ meno quelli macabri, ma anche quelli può darsi che valgano la pena di essere raccontati. E credo che questo sia proprio uno di quei casi.

Non mi soffermo sul riscaldamento globale, né sul fatto che inspiegabilmente esista ancora una piccola fetta del diagramma a torta che contiene tutti gli scienziati del mondo dove si trovano quelli che ne negano la lampante evidenza; né sto ad elencare singole fonti recenti che provino la drammatica autenticità del fenomeno, dal momento che l’esistenza di intere riviste scientifiche votate esclusivamente alla pubblicazione di ricerche su di esso dovrebbe essere sufficiente [1].
Se siete interessati ad approfondire la questione in generale, vi esorto solo ad informarvi a mezzo di materiali di comprovata serietà scientifica, e non in base all’opinione del primo che passa o delle variegate ‘pagine della scienza’ dei pestilenziali quotidiani online.
Unica cosa a spalleggiare quanto sopra – giusto perché un po’ di autocitazione del blog non fa mai male – linko l’articolo di Francesca della settimana scorsa.
Ed ora andiamo a incominciare.

Il paradosso del titolo, che spero vi abbia incuriositi, rasenta forse il grottesco, ma dovrebbe anche rendere l’idea di quanto in realtà sia ancora sottovalutato l’impatto a livello globale del cambiamento climatico.
Scioglimento dei ghiacci e innalzamento del livello del mare hanno sicuramente un impatto più forte di altro a livello emotivo, e il danno alla biodiversità direttamente conseguente a questi due fenomeni appare abbastanza ovvio; forse meno ovvio, ma ancora deducibile, l’ulteriore danno alla biodiversità per tutti quegli organismi microtermi, cioè adattati a condizioni climatiche fredde in contesti dove il clima non è poi così freddo. Parlando in soldoni e facendo un esempio: le specie alpine, che con l’innalzamento delle temperature rischiano di scomparire in massa dalle nostre montagne [2].
Lo spauracchio che occupa in toto la scena è quindi quello dell’aumento di temperatura; ma allora come è possibile che un aumento della temperatura porti a morire…di freddo!?

Ancora una volta il nostro esempio particolare sarà interpretato da quei paffuti pennuti terragnoli che rispondono al nome di Tetraonidi e che, nel caso non si fosse capito, sono i miei preferiti tra tutti i discendenti dei Dinosauri ad oggi viventi – ve li ho nominati fino alla nausea, a partire dal gallo forcello per arrivare al gallo cedrone.
Stavolta non ci concentriamo però su uno in particolare, ma su tutti quanti, o per lo meno su tutti quelli che troviamo in Europa (6 specie).

I Tetraonidi potrebbero essere presi come esempio enciclopedico dell’adattamento alla vita in climi freddi: possiedono infatti diverse caratteristiche peculiari sviluppate in millenni di evoluzione proprio per far fronte a basse temperature e ambienti per lungo tempo innevati.
Innanzitutto, caratteristica unica tra gli uccelli, hanno le piume della testa che arrivano fino a coprire le narici. E pure le zampe sono ricoperte di piume fino all’attaccatura delle dita; nelle pernici bianche, anzi, le piume ricoprono addirittura l’intera zampa fino alle punte delle dita. Tutto questo per limitare la perdita di calore corporeo.
Inoltre, le dita hanno delle escrescenze cornee laterali (sono dette ‘dita pettinate’) che permettono alla zampa di funzionare come una racchetta da neve sul terreno innevato, distribuendo il peso corporeo su una superficie più ampia di quella delle dita e consentendo ai nostri cicciotti Tetraonidi di non sprofondare nella neve ogniqualvolta muovono un passo a terra in inverno.

Tutti questi adattamenti ai climi freddi costituiscono, alla luce del riscaldamento globale, un biglietto di sola andata verso l’estinzione per lo meno nelle aree più impattate dagli effetti di questo riscaldamento, e le popolazioni alpine di Tetraonidi sono fortemente a rischio già per questo. Ma, se questo è l’effetto più logico ed immediato da immaginare, ce ne sono altri un pochino più subdoli.

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Gli adattamenti dei Tetraonidi ai climi freddi: teste (sopra) e zampe (sotto) di Pernice bianca (Lagopus muta) (a sinistra) e Gallo cedrone (Tetrao urogallus) (a destra). Si notano le narici ricoperte dalle piume della testa, le zampe piumate fino all’attaccatura delle dita nel Gallo cedrone e fino alle unghie nella Pernice bianca, e le ‘dita pettinate’ del Gallo cedrone.

Per non congelare appesi ai rami delle conifere [3] durante le rigide notti invernali (che forse non ci sembrano poi più così rigide sulle Alpi, ma pensate un attimo alla Siberia…), questi uccelli hanno sviluppato una tecnica piuttosto furba: scavano dei rifugi notturni nella neve – che per comodità, e anche un po’ per analogia, chiameremo igloo.
Con le loro robuste zampe da razzolatori, scavano nella neve fino a creare una cavità sufficiente ad ospitarli comodamente. Il buco d’ingresso viene tappato con la neve derivante dallo scavo della ‘camera’ interna dell’igloo, et voilà, il nostro gallo forcello o francolino di monte di turno è bello che al riparo da intemperie, predatori e altre seccature varie.

Una volta che lo scavo è ultimato e l’igloo è chiuso, l’animale scarica il contenuto dell’intestino, così da avere una sorta di moquette che isoli le zampe dalla neve gelata. Forse un po’ disgustoso ai nostri occhi, ma certamente efficace. Tra l’altro, questi mucchietti di deiezioni (‘fatte’, in gergo tecnico), essendo sostanzialmente costituiti da fibre vegetali semidigerite, possono persistere, conservandosi anche grazie al freddo, fino al periodo del disgelo, permettendo così di individuare fino in primavera i punti di preferenza per il pernottamento invernale.
Ma fin qui è andato tutto bene. Dove sta, quindi, la fregatura?

Il normale utilizzo di questi igloo prevede che al mattino il Tetraonide si svegli e, spiccando il volo, infranga senza molte difficoltà la crosta nevosa sopra la sua testa [v. qui un gallo forcello e qui un gallo cedrone], liberandosi così dalla sua alcova di neve, che chiaramente non viene riutilizzata ma riscavata ex novo ogni sera. L’unica testimonianza di tutto questo è una traccia di impronte che si interrompe bruscamente nella neve e un buco a forma di gallo o pernice con le ali aperte un mezzo metro più avanti.
Ma c’è un ma.
Se le temperature della giornata precedente sono state sufficientemente elevate da sciogliere almeno lo strato superficiale della crosta nevosa e quelle notturne si sono riabbassate di botto facendola ghiacciare, l’igloo si può trasformare in una letale trappola di ghiaccio: una crosta troppo dura, dove la neve della volta dell’igloo ha perso la struttura cristallina lassa a causa dello scioglimento e si è trasformata in uno strato compatto di ghiaccio, cede molto meno facilmente all’involo del gallo o della pernice di turno, che a questo punto vi si possono trovare intrappolati. E una volta chiusi dentro, l’assideramento o la morte per fame non sono prospettive così irrealistiche.
E, ahimè, non si tratta solamente di congetture sul sesso degli angeli, ma di report ben documentati [4].

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Schema degli ‘igloo’ dei Tetraonidi – in questo caso di un Gallo forcello (Tetrao tetrix) che ha scavato lungo un pendio ben innevato.

Chiariamoci: non che questo non succedesse già prima (non è così difficile pensare che al passaggio tra inverno e primavera, con sbalzi di temperature giornalieri anche forti, questo si verificasse anche in passato), ma non è così scorretto pensare che con l’innalzamento delle temperature e le stagioni sempre più impazzite una cosa del genere possa diventare più una costante che uno spiacevole aneddoto.

Un’altra cosa poco ovvia (ma comunque non meno ovvia del fatto che il riscaldamento globale uccida per il freddo degli uccelli superadattati ai climi freddi) legata allo scontro tra innalzamento delle temperature e stagioni invernali riguarda la predazione.
Lo scavo degli igloo è doppiamente strategico perché consente non solo di trascorrere le notti invernali ad una temperatura meno rigida di quella esterna, ma è anche fondamentale per evitare i predatori almeno durante la notte: un gallo forcello appollaiato sui rami bassi di un larice è comunque più visibile di una flebile traccia che si perde nella neve, specialmente di notte. Questa valenza degli igloo è stata confermata dall’osservazione di elevati tassi di predazione negli inverni con poca neve [5], quando il manto nevoso era troppo sottile perché i galli forcelli potessero scavare i rifugi notturni ed erano quindi più esposti alla predazione, soprattutto da parte dell’Astore (Accipiter gentilis).

Ultimissima riflessione: sempre meno neve vuol dire anche sempre più predazione per le pernici bianche, visto che quello di cambiare colore del piumaggio in inverno in uno scenario alpino privo di neve – dove, per intenderci, il bianco abbagliante risalta come un pugno in un occhio davanti a pietre grigiastre ed erba secca – passerà dall’essere una genialata dell’evoluzione ad una candidatura in pole position ai Darwin Awards. [6]

Gabriele


Note

[1] Vedansi a riguardo almeno i siti web delle principali riviste scientifiche sull’argomento: Nature Climate Change, Climatic Change, The International Journal of Climate Change: Impacts and Responses, American Journal of Climate Change, Journal of Climate Change, British Journal of Environmental and Climate Change, Global Environmental Change; e altri ancora.

[2] Tante specie alpine sono ‘relitti glaciali’, cioè specie adattate a climi freddi discese dal Nord Europa all’epoca delle glaciazioni che, al ritiro dei ghiacci, trovarono che climi congeniali ai loro adattamenti erano rimasti solamente sulle montagne (ricordiamo infatti che le condizioni climatiche cambiano all’aumento dell’altitudine analogamente a come cambiano all’aumento della latitudine).

[3] Ebbenesì, pur essendo uccelli terricoli, i Tetraonidi dormono appollaiati sui rami bassi degli alberi. Tranne le pernici bianche, ma giusto perchè vivono in ambienti di tundra – artica o alpina – dove di alberi non ce ne sono. Però tutti scavano le buche nella neve durante la brutta stagione…sempre che di neve ce ne sia.
[N.B. ‘LE’ pernici bianche, perché ne esistono 4 specie; sulle Alpi ne abbiamo una sola].

[4] Ménoni E., Léonard P., Desmet J.-F. & Nappée C., 2010, Problems of ice crust formation for grouse or partridges and the possible relation to climate change, Grouse News 39: 6-10.

[5] Spidsø T.K., Hjeljord O. & Dokk J.G., 1997, Seasonal mortality of black grouse Tetrao tetrix during a year with little snow, Wildlife Biology 3 (3-4): 205-209.

[6] Qui non è che serva una citazione, è semplice buon senso, dai. Aggiungo solo che la pernice bianca scozzese (Lagopus scotica) qui la scampa, perché, dal momento che vive nelle brughiere scozzesi, l’evoluzione ha ben pensato di omaggiarla con un piumaggio che la fa sembrare un cespuglietto di brugo secco e che non diventa bianco in inverno. Nonostante mi dicano che in Scozia nevichi comunque un sacco. Valla a capire ‘sta evoluzione.

 

V per Vulnerabilità: sotto il segno del cambiamento climatico

Stavolta il Platypo ha fatto il colpaccio. Solo due settimane fa, è stato pubblicato su Nature Climate Change – lo spin-off di Nature votato specificamente a ricerche sull’impatto del cambiamento climatico – un importante articolo guidato da esperti dell’Università “La Sapienza” di Roma che mette in relazione i life-history traits di Mammiferi e Uccelli con la loro vulnerabilità al cambiamento climatico. Argomento interessante, vero?
Ebbene, oggi noi abbiamo qui a raccontarcelo nientemeno che una dei coautori dell’articolo! Lascio con molto piacere la parola a Francesca, con il suo primo, interessante e graditissimo contributo a The Platypus Review.   [Gabriele]

Sei un mammifero non scavatore, a cui non piace la vita sottoterra, o un uccello che vive ad elevate altitudini e pigro nel compiere grandi distanze? Se la risposta è si, ci dispiace dirti che possiedi alcune delle caratteristiche in grado di farti rientrare tra le specie più a rischio per cambiamento climatico.

Come facciamo a saperlo? Ebbene, su Nature Climate Change è stato recentemente pubblicato un importante articolo [1] che identifica per la prima volta quali tratti di life-history (dove per life history si intende il modello di sopravvivenza e di riproduzione di un organismo, con annesse strategie e tratti che influenzano direttamente la sopravvivenza e la tempistica riproduttiva) di mammiferi ed uccelli conferiscano loro vulnerabilità al cambiamento climatico. Fino a questo momento, infatti, non era stato ancora fatto nessuno studio che quantificasse quante specie avessero almeno una popolazione attualmente impattata dal cambiamento climatico.
Ai fini di questo studio, è stata attuata una grande e lunga ricerca all’intero della vastità che è la letteratura scientifica; ciò ha permesso di ricavare un totale di 70 articoli per i mammiferi e di 66 per gli uccelli contenenti dati su specie le cui popolazioni hanno avuto una qualsiasi risposta (negativa, positiva, mista o nessun cambiamento) alle modificazioni del clima. Tali risposte sono state riscontrate su un totale di oltre 700 specie e per esse è stato possibile capire quantitativamente quali tratti intrinseci e spaziali fossero associati ad una risposta negativa al cambiamento climatico.

Quali sono alcune delle caratteristiche per cui specie di mammiferi ed uccelli possano risultare più a rischio di estinzione per il cambiamento climatico rispetto ad altre? Ecco un breve identikit:

Mammiferi:

  • Non sono fossori (mammiferi non adattati a scavare e/o vivere sottoterra)
  • Hanno una dieta specializzata

Uccelli:

  • Vivono ad elevate altitudini
  • Hanno una distanza di dispersal ridotta (per dispersal si intende la massima distanza coperta dai giovani individui quando si spostano dal sito di nascita al sito riproduttivo)
  • Hanno una lunghezza delle generazioni ampia

Caratteristiche comuni relative all’areale in cui le specie vivono:

  • Elevata stagionalità della temperatura negli scorsi 60 anni (stagionalità calcolata attraverso la differenza tra il massimo ed il minimo delle temperature che una specie si trova ad avere all’interno del proprio areale di distribuzione)
  • Ridotta stagionalità delle precipitazioni (la stagionalità in questo caso si riferisce alla differenza nelle precipitazioni medie tra i quarti – intervallo di tre mesi – più umidi e più secchi che una specie si trova ad avere all’interno del proprio areale di distribuzione)

Da quanto è stato osservato con questo studio, è probabile che almeno il 47% dei mammiferi minacciati (414 specie su 873) ed il 23,4% degli uccelli minacciati (298 su 1272) possieda almeno una popolazione che abbia risposto negativamente al cambiamento climatico. È importante, a tal proposito, sottolineare come nelle Liste Rosse IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) [2] solo il 7% dei mammiferi ed il 4% degli uccelli sia classificato come minacciato da “climate change and severe weather”(cambiamento climatico e tempo atmosferico rigido) sotto la voce delle Minacce. Questo divario numerico può essere dovuto a vari fattori, come ad esempio la mancanza di dati per alcune zone di presenza delle specie considerate.

Perché questo studio è importante a livello scientifico?
Oltre al fatto che per la prima volta si è stabilito come stiano ORA le specie, quando la maggior parte degli studi al momento si è concentrata sullo stabilire proiezioni e previsioni nel futuro, i risultati ottenuti hanno dimostrato come l’impatto del cambiamento climatico sulle specie sia stato gravemente sottostimato e questo deve dare l’input agli scienziati affinché i loro sforzi a livello conservazioni stico puntino e diano maggior riguardo all’OGGI e non solo alle conseguenze e agli impatti futuri.

Salviamo il salvabile…siamo ancora in tempo!

Francesca


Note

[1] Pacifici M., Visconti P., Butchart S.H.M., Watson J.E.M., Cassola F.M. & Rondinini C., 2017, Species’ traits influenced their response to recent climate change, Nature Climate Change, doi:10.1038/nclimate3223

[2] La Lista Rossa IUCN è il più ampio database esistente sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali a livello globale.

 

Lupus ex fabula

Il lupo è il “tema caldo” di questi giorni: domani verrà discusso dalla conferenza Stato-Regioni il nuovo piano di gestione e conservazione del lupo in Italia, che ha fatto tanto clamore nei giorni scorsi per via dell’inserimento della possibilità di deroga al divieto di caccia. Tanto clamore che, alla fine, diverse Regioni si sono schierate contro questa insensata deroga…vedremo domani come andrà a finire.
Per l’occasione, abbiamo chiesto di scrivere un pezzo sul lupo per il Platypo a una naturalista che se ne è occupata direttamente. Magda ha infatti studiato i lupi sia per la sua tesi di laurea triennale sia per la magistrale; sotto la guida del prof. Meriggi dell’Università di Pavia, uno dei massimi esperti italiani sull’argomento, ha toccato con mano le tematiche fondamentali sullo studio della dinamica di popolazione, della gestione e del conflitto con le attività umane di questa specie così importante per il nostro ecosistema, tenendo anche alcune serate divulgative sull’argomento. Questo tanto per precisare che sa di cosa parla.
A lei, dunque, la parola     [Gabriele]

Alcune paure sono difficili da eliminare, soprattutto quelle più ataviche e intrinseche, come la paura del buio, dei serpenti, degli insetti, e anche dei predatori. Gli occhi gialli che brillano nella notte, i ruggiti sommessi e i passi silenziosi di misteriosi animali del bosco non ci lasciano certo indifferenti. Tutte queste paure sono parte del nostro patrimonio culturale e genetico, derivano da secoli di esperienza dei nostri antenati che dovevano sopravvivere nell’ambiente naturale, e sono quasi impossibili da evitare.
Chi non ha paura del lupo cattivo? Chi vorrebbe incontrarne uno sul proprio cammino (a parte un piccolo numero di appassionati e ricercatori)? Questa paura, i miti e le false informazioni che circondano la figura del lupo fanno sì che una grande porzione della popolazione non accetti questa specie e la sua recente espansione sul territorio italiano, oltre ai “conflitti di interesse” che spesso si possono creare con alcune categorie specifiche come allevatori, pastori e cacciatori che vedono nel lupo un loro competitore e nemico diretto. Lo dimostrano le numerose e gravi azioni di bracconaggio che negli ultimi anni si sono verificate in tutto il nostro Paese, sulle Alpi e sull’Appennino: lupi avvelenati, catturati nei lacci, fatti ritrovare decapitati di fronte alle sedi di Parchi ed altri Enti per la protezione dell’ambiente, spesso considerati gli attuatori della reintroduzione del predatore in Italia poiché purtroppo è ancora difficile da accettare l’idea di una naturale espansione (spaziale e numerica) delle popolazioni animali.

La presenza del lupo sul territorio è avvertita come qualcosa di dannoso, soprattutto perché da diversi decenni non siamo più abituati a convivere con un predatore e accettare il cambiamento non è semplice, mentre si preferisce cercare di mantenere lo status quo e lasciarsi contagiare dall’idiosincrasia verso questa specie, vedendola anche dove non c’è (basti pensare ai latrati, alle impronte e agli avvistamenti che sono stati ricollegati al lupo quando non si trattava d’altro che di cani vaganti) e dandole la colpa per la scarsità della selvaggina, per la scomparsa di capi di bestiame abbandonati allo stato brado sui pascoli, e perfino per la difficoltà a poter passeggiare con serenità nei boschi accompagnati dai proprio figli e da uno o più cani (rigorosamente non al guinzaglio).

Sono stati questi sentimenti e le pressioni esercitate affinché “si faccia qualcosa e si risolva il problema” a far sì che nel nuovo Piano per la Gestione del lupo in Italia, attualmente in fase di approvazione definitiva, sia stata inserita una deroga da applicare alla protezione assoluta di questa specie (da parte della normativa nazionale ed europea [1]) e che ne permetta l’abbattimento controllato fino al 5% della popolazione totale.
Molte sono state le proteste da parte di associazioni ambientaliste, dalla LAV al WWF, il quale ha anche stilato un decalogo di motivazioni per le quali non è consigliabile approvare queste deroghe; non si tratta puro “idealismo green”, non è un’avversione alla semplice uccisione di alcuni animali, come nel caso dell’opposizione al controllo di specie alloctone e nocive (ad esempio la nutria e lo scoiattolo grigio), ma si tratta di interesse per la conservazione di un predatore in una condizione di fragile equilibrio, ancora in fase di ripresa dopo una quasi totale estinzione dal territorio italiano.

Prova di questo fatto è che anche diversi ricercatori ed esperti si sono schierati contro tale proposta [2], indicando principalmente le difficoltà nella determinazione degli individui da abbattere in termini di sesso e classe d’età ma anche, e soprattutto, di ruolo e posizione all’interno del branco: la rimozione di un individuo dominante, ad esempio, può portare alla dispersione del branco e ad un aumento della pressione predatoria sul bestiame, poiché i singoli animali, non organizzati in gruppo e con una scarsa conoscenza del territorio, tendono a selezionare prede più “facili”, per non parlare del danno che verrebbe apportato al pool genetico della popolazione se venissero rimossi gli individui dalle migliori caratteristiche.

L’obiezione principale che viene mossa riguarda poi le scarse e incomplete conoscenze che, ad oggi, abbiamo sul lupo in Italia; non esiste ancora un unico studio, effettuato su scala nazionale, coordinato e con un metodo standardizzato, e che sia condotto abbastanza a lungo da fornire informazioni sul trend, la struttura e la consistenza della popolazione: si parla del 5% di un totale ignoto, di una stima lassa che si aggira tra i 1.200 e i 1.800 individui.

La grande sconfitta che deriverebbe, infine, dall’approvazione di questo punto del Piano di Gestione sarebbe soprattutto ideologica: significherebbe ammettere l’inefficienza dei metodi preventivi contro la predazione sulle mandrie e sulle greggi (e basterebbe davvero poco, un semplice ritorno alle buone pratiche di allevamento con stabulazioni, recinzioni e guardiania), e validare le paure delle persone accettando come ultima (ma poi, ultima davvero?) arma di “protezione” da questa specie la sua eliminazione diretta.
In definitiva, non ci sono le conoscenze adeguate e le tempistiche non sono ancora idonee per poter applicare le deroghe proposte dal Piano in totale sicurezza per la conservazione del lupo e, soprattutto, la popolazione italiana non è ancora libera dalle paure e dai preconcetti verso questo predatore per poter permettere che passi e che venga legittimato il messaggio che “i lupi sono troppi”…fanno ancora troppa paura!

Magda


Note
[1] In Italia, dal 23 luglio 1971 con Decreto Ministeriale (“Decreto Natali”), il lupo è una specie protetta, quindi non cacciabile, e secondo l’attuale piano normativo italiano è tutelato dalla legge 157/92 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio (art: 2, 4, 19 -c.2-, 26) e dalla legge 357/97 Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alle conservazione degli habitat naturali e semi-naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche (art: 7 -c.2-, 8 -cc.1,2-, 11 -c.1-, 12).
A livello comunitario è tutelato dalla Convenzione di Berna (1979) – Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, dove, nell’allegato II, viene menzionato come specie strettamente protetta. Il lupo inoltre è tutelato dalla Direttiva Habitat EU (1992) – Direttiva n. 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche, che, nell’allegato IV, ne impone una protezione rigorosa.
[2] Una sintesi in questo articolo di Lisa Signorile.


*** Qualche fonte:

Dossier WWF sul Lupo in Italia (2016)

Rassegna stampa sul Piano di Gestione che verrà discusso domani

Piano di Gestione e Conservazione del Lupo in Italia (versione 2015)

5 “favole” da sfatare sul Lupo

10 cose da sapere sul Lupo (video)

Quanti lupi ci sono in Italia? Articolo scientifico e versione divulgativa

*** E, in particolare, questi articoli scientifici che dimostrano che:

Abbattere i predatori non ha effetti benefici sulla salvaguardia del bestiame

La predazione sul bestiame è maggiore da parte di lupi ‘allo sbaraglio’ piuttosto che da parte di lupi organizzati in branchi ben strutturati

Vita, morte e miracoli del Mercurio

mercurio

CARTA DI IDENTITA’
Il mercurio è un metallo pesante dalla tipica colorazione bianco-argentea. Allo stato solido, il mercurio è duttile e tenero, ma essendo il suo punto di fusione a -38°C circa, a temperatura ambiente è l’unico metallo che si presenta liquido. È considerato comunque un cattivo conduttore di calore ma buon conduttore di elettricità. Dal punto di vista chimico il suo simbolo è Hg, ha numero atomico 80, un peso atomico di 200,6 e numero di ossidazione tipico e più stabile +2, potendo quindi formare due legami atomici. Il punto di passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso è a 356°C. Sia il punto di fusione che di ebollizione sono valori insolitamente bassi per un metallo, dovuti alla conformazione degli orbitali atomici.
Il mercurio interagisce con altri metalli, tipo oro e argento, per formare i cosiddetti amalgami. Quasi tutti gli altri elementi hanno scarsa reattività nei confronti del mercurio. Il ferro invece non si lega proprio e infatti fiaschi in tale materiale sono stati tradizionalmente impiegati durante l’attività estrattiva e commercio di mercurio.

DISPONIBILITA’ IN NATURA
È un elemento raro nella crosta terrestre ma essendo relativamente inerte con la maggior parte degli altri elementi chimici, soprattutto quelli più abbondanti, i suoi minerali sono particolarmente concentrati dell’elemento, rendendo il mercurio uno dei metalli meno onerosi da purificare, grazie anche alle sue proprietà chimiche uniche. Si trova raramente come metallo nativo e più spesso nel cinabro (HgS, solfuro di mercurio) dal quale viene estratto per arrostimento e successiva condensazione dei vapori. Altri minerali da cui si estrae il mercurio sono la cordierite e la livingstonite.

Dalle miniere peruviane di Huancavelica, sono state estratte oltre 100 mila tonnellate di metallo tra la metà del XVI secolo e la fine del XIX secolo. Molte delle miniere che contribuivano alla maggior parte della produzione mondiale in Italia, Slovenia, Stati Uniti e Messico sono oggi esaurite. Sembra che le ultime miniere sfruttabili di mercurio siano state scoperte in Algeria negli anni ’70; da allora la produzione mondiale annua di mercurio è scesa da 9000 tonnellate alle attuali 1600 tonnellate all’anno.

 

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Parco Nazionale Museo delle miniere – Foto di Michele Ruffaldi Santori

In Italia, le estrazioni minerarie più note erano quelle sul Monte Amiata (compreso tra le provincie di Siena e Grosseto) e in Alta Versilia (Lucca) fino agli anni cinquanta. Oggi esiste un museo ad Abbadia San Salvatore e Santa Fiora (sul Monte Amiata) che ripropone le vicende legate all’attività mineraria tra i secoli XIX e XX, fornendo ampia informazione sulle tecniche di estrazione sin dagli albori.

SCOPERTA, STORIA E CURIOSITA’
Il mercurio era già noto in tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell’antico Egitto risalenti al 1500 a.C.. In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture e aiutasse a conservare la buona salute. Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, sia impazzito e quindi morto per l’ingestione di pillole di mercurio che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantirgli vita eterna.
Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti e come cosmetico. Per gli alchimisti, il mercurio era spesso visto come uno degli elementi primordiali che costituiscono la materia, considerandolo come il simbolo del tempo ciclico e rappresentato simbolicamente come un serpente che si morde la coda e che si feconda da sé stesso. Gli alchimisti ritenevano anche che cambiando il tipo e tenore di zolfo, il mercurio poteva essere trasformato in qualsiasi altro metallo, in special modo l’oro.
Nomi utilizzati anticamente per indicare il mercurio sono “argento vivo” e “idrargirio” che derivano dalla parola latina hydrargyrum, a sua volta derivata dal greco ydrargyros, (motivo per cui il simbolo chimico è Hg) parola composta dai termini corrispondenti ad “acqua” e “argento”, per via del suo aspetto liquido e metallico. L’elemento prese quindi il nome del dio romano Mercurio per via della sua scorrevolezza e mobilità. Dal termine hydrargyrum derivano idrargirismo -intossicazione cronica da mercurio-  e idrargirite, minerale più noto col nome di calomelano.

USI INDUSTRIALI, NEL QUOTIDIANO E IN MEDICINA
L’uso più comune che conosciamo per il mercurio è nei termometri ma anche in altri strumenti di misura come i barometri, sfigmomanometri, pompe a diffusione e altri, proprio perché è un metallo liquido opaco e ad alta densità. Viene anche utilizzato in campo elettrico per la realizzazione di interruttori, elettrodi e pile. Nelle “celle a mercurio” viene utilizzato un elettrodo di mercurio liquido per la produzione di cloro gassoso e idrossido di sodio. I vapori di mercurio sono stati usati in alcune lampade a fluorescenza.

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Il Cappellaio Matto nella versione Disney

Tra la seconda metà del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo la produzione di cappelli di feltro passava attraverso un processo chiamato “carotatura” che consisteva nell’immergere le pelli di animali in una soluzione color arancione di nitrato mercurico, Hg(NO3)2. Questo processo separava il pelo dalla pelle. La tossicità della soluzione e dei suoi vapori causarono moltissimi casi di avvelenamento tra i fabbricanti di cappelli che si manifestarono con sintomi come tremori, instabilità emotiva, insonnia, demenza e allucinazioni. A tali casi si ispirò Lewis Carroll per il personaggio del Cappellaio Matto in Alice nel Paese delle Meraviglie.

I composti chimici del mercurio sono stati impiegati come catalizzatori, coloranti, insetticidi e addirittura molti composti sono stati usati nei secoli scorsi a scopo terapeutico e profilattico. Oggi sono molto meno diffusi, data la maggiore consapevolezza dei loro effetti tossici.

Il cloruro mercuroso (noto anche come “calomelano”) e il mersalile sono stati usati tradizionalmente  come diuretico, disinfettante locale e lassativo. Il cloruro mercurico (o “sublimato corrosivo”) era usato anch’esso come disinfettante, nonché nel trattamento della sifilide, anche se gli effetti collaterali erano tali da andare a confondersi con i sintomi della malattia stessa. Disinfettanti locali per uso esterno a base di sali di mercurio (ad esempio il “mercurocromo”) trovano ancora impiego in numerose nazioni, benché in altre siano stati messi al bando.
Il mercurio metallico è l’ingrediente principale dell’amalgama d’argento, materiale composito a matrice metallica per uso odontoiatrico. La tossicità dell’amalgama è oggetto di controversia sin dall’introduzione; in tempi recenti è sempre più spesso sostituito da materiali alternativi, principalmente resine composite.

CAUSE ED EFFETTI DELL’INQUINAMENTO AMBIENTALE
Il destino del mercurio in ambiente dipende dallo stato di ossidazione in cui viene rilasciato e disperso. Le principali fonti antropiche di mercurio in ambiente sono i processi industriali non controllati, l’uso di erbicidi e fungicidi a base di mercurio, la combustione di rifiuti solidi urbani (principalmente le batterie esauste) e nella combustione fossile come impurità del carbone. Le fonti naturali di dispersione possono essere le emissioni vulcaniche e la volatilizzazione da ambienti acquatici o geologici. Nelle zone estrattive del mercurio è facile avere suoli contaminati dal metallo ma può accadere che ciò non sia dovuto all’impatto umano, bensì per via di un fondo biogeochimico, ovvero un arricchimento naturale del metallo nel terreno. La presenza per tempi geologici nel suolo o nel fondale marino, ha dato modo alle specie animali e vegetali (nonché ai cittadini di queste zone) di vivere in sintonia con questa anomalia, sopportando livelli di contaminazione che normalmente sarebbero causa di danni e malattie in altri soggetti non abitualmente esposti.
Il mercurio allo stato liquido è il più innocuo ma essendo molto volatile può permanere in atmosfera per circa un anno ed essere trasportato anche lontano dal luogo di emissione. Allo stato ossidato, quindi reattivo, si associa a qualche elemento in atmosfera, depositandosi poi al suolo o in ambiente acquatico, dove è poco solubile. Perciò principalmente l’inquinamento da mercurio è un fenomeno normalmente di scala locale o di area vasta, ma si trasforma in fenomeno mondiale sia a causa degli enormi quantitativi rilasciati in ambiente (in forte aumento a partire dall’età industriale ad oggi) sia a causa di altri contaminanti che attivano il mercurio non reattivo (come a causa della presenza di ozono troposferico e particolato organico).
I composti organici del mercurio si formano con più probabilità rispetto ai composti inorganici a causa dell’affinità dell’elemento con i gruppi funzionali contenenti zolfo. Questo riduce la mobilità e la solubilità del mercurio disperso in ambiente. Il più pericoloso è il metil-mercurio, facilmente bioaccumulabile nella catena alimentare.

DANNI SU VEGETALI E ANIMALI
I vapori di mercurio danneggiano la produzione della fotosintesi non solo delle piante ma anche della parte vegetale dei licheni, ottimi bioindicatori della qualità dell’aria. A basse concentrazioni le piante sono comunque in grado di assorbirlo e subito dopo riemetterlo in ambiente; a concentrazioni elevate lo concentrano ma apparentemente da studi eseguiti fin ora senza subirne troppe conseguenze.
Di diverso tipo invece è l’intossicazione animale causata dai composti organici del mercurio. Negli organismi acquatici il metil-mercurio viene facilmente bioaccumulato nei tessuti animali, subendo poi il fenomeno della biomagnificazione, ovvero una concentrazione maggiore del contaminante che risale la catena alimentare.

DANNI E MALATTIE PER L’UOMO
L’avvelenamento da mercurio negli esseri umani può avvenire tramite la respirazione dei vapori di mercurio, oppure con la dieta, soprattutto di pesci alla cima della catena alimentare come il tonno e il pesce spada, che biomagnificano il metil-mercurio. Questo composto rende incapace l’organismo di provvedere alla disintossicazione dei metalli pesanti, che così vanno ad accumularsi nell’organismo con grave effetto neurotissico o inibendo l’attività enzimatica di alcune proteine, portando a scompensi metabolici ed effetti quali atassia (progressiva perdita della coordinazione muscolare), insonnia, parestesia (formicolio e alterazione della sensibilità degli arti), restringimento del campo visivo, disartria (disturbo del linguaggio), ipoacusia (riduzione dell’udito).

IL PEGGIOR DISASTRO NELLA STORIA
Nella storia recente si ricorda il disastro ambientale nella baia di Minamata provocato da intossicazione acuta di mercurio organico, che causa una malattia che oggi porta il nome della località. In casi estremi, i sintomi includono oltre a quelli riportati sopra, disordine mentale, paralisi, coma e morte nel giro di alcune settimane dai primi sintomi. Una forma congenita della malattia può essere trasmessa anche al feto durante la gravidanza.

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Il bagno di Tomoko, di W. Eugene Smith, 1971 – Una delle foto più note del disastro di Minamata: una madre fa il bagno al figlio, disabile a causa dell’avvelenamento da mercurio

Minamata è un villaggio giapponese nella prefettura di Kumamoto, dove era locata l’industria chimica Chisso Corporation che utilizzava celle a mercurio nel processo di produzione del cloro-soda e che ha scaricato le acque reflue direttamente nella baia per oltre 30 anni (dal 1932 al 1968). Il mercurio si accumulò in pesci, molluschi e crostacei che erano alla base dell’alimentazione degli abitanti di Minamata, villaggio di pescatori. Nonostante i decessi non solo degli esseri umani ma anche di cani, gatti e maiali, il governo e l’industria chimica fecero ben poco per evitare il disastro. Al marzo 2001, sono state ufficialmente riconosciute più di 2200 vittime, delle quali quasi 1800 sono morte, e più di 10.000 persone hanno ricevuto risarcimenti dalla Chisso. Le cause e le richieste di risarcimento continuano tuttora.

RIMEDI, DECONTAMINAZIONE E SOSTITUZIONE
Il grave problema della tossicità ambientale del mercurio ha portato ad una serie di iniziative da parte di organismi nazionali ed internazionali che si occupano di tutela dell’ambiente e salute pubblica, impegnati per una sua progressiva eliminazione dai cicli produttivi in ogni sua forma. Nel 2013 questi sforzi si sono concretizzati nella Convenzione di Minamata, un accordo internazionale firmato da più di cento Paesi in cui si prevede l’introduzione progressiva di una serie di misure di contenimento, per arrivare nel 2020 alla messa al bando totale di alcuni dispositivi, tra cui batterie, lampade a fluorescenza e cosmetici.
L’Unione Europea è a sua volta impegnata sullo stesso obiettivo, avendo nel 2005 fissato un programma in più punti (EU mercury strategy) in cui si indicavano una serie di misure volte alla diminuzione progressiva dell’uso del mercurio in ogni sua forma. A partire dal 3 aprile 2009 il termomentro a mercurio è stato bandito dal mercato italiano, secondo quanto previsto dalla direttiva dell’Unione Europea; come alternativa si sono quindi diffusi i termometri digitali, o termometri a liquido contenenti galinstano.

Massimo