I Cappelli degli Stregoni

Strano a dirsi, perfino da parte di un naturalista un po’ nerd, ma pare proprio che la fine del 2016 abbia portato alla ribalta i cappelli degli stregoni letterari nella tassonomia.

La tassonomia è la branca della Scienza che si occupa di dare un nome agli organismi viventi e di stabilire le relazioni di parentela sussistenti tra di essi, quindi anche di classificarli. All’interno di questa disciplina, la nomenclatura è nello specifico quella parte che codifica le regole con cui vengono attribuiti i nomi scientifici e, quindi, come vengono denominati e descritti gli organismi.
Tra le molte possibilità che si hanno quando si dà il nome ad una nuova specie (le regole tecniche della nomenclatura imbrigliano le formalità da usare per la descrizione delle nuove specie, ma non regolamentano la scelta del nome, che è arbitrariamente deciso dal tassonomo che denomina il nuovo organismo), c’è quella di dedicarla a qualche personaggio celebre, vero o immaginario che sia.

Tra i vari futuri articoli per il Platypo che stanno prendendo forma nella mia mente e nel mio blocco degli appunti, ce n’è giustappunto uno sulla nomenclatura scientifica di animali e piante battezzati con nomi di personaggi fantasy, e quando finalmente riuscirò a terminarlo e proporvelo, vedrete che sono veramente tantissimi; per il momento però vorrei offrirvene un assaggio citando due casi particolari e recentissimi che hanno attirato la mia attenzione perché coincidentalmente si sono concentrati in pratica sullo stesso concetto, pur facendo riferimento a due saghe fantasy diverse, seppure simili.

Arcella gandalfi [1] è un’ameba descritta alla fine del 2016 da un gruppo di protistologi brasiliani. Mentre Arcella è, molto ‘banalmente’, un genere di tecamebe (amebe dotate di guscio) che vivono nelle acque dolci e sui muschi di ambienti umidi, già conosciuto – e quindi già classificato e nominato – da tempo, l’attributo specifico [2] gandalfi è stato scelto ad hoc per evidenziare quella che secondo gli scopritori è la peculiarità di questa ameba: ha la stessa forma del cappello da stregone di Gandalf!
Per chi non avesse vissuto su questo pianeta negli ultimi quindici anni [3], Gandalf il Grigio è lo stregone dei principali romanzi di Tolkien, ben rappresentato nelle due recenti trilogie cinematografiche tolkieniane di Peter Jackson, caratteristicamente vestito di grigio (almeno finché non diventa Gandalf il Bianco) e dotato di un particolarissimo cappello a punta con la tesa larga in tinta con il resto del vestiario.
Nelle figure che corredano l’articolo di Féres et al. si vedono diversi esemplari della nuova ameba, e in effetti solo un paio hanno davvero una forma che potrebbe vagamente ricordare il cappello dello stregone; mentre il colore è abbastanza diverso. Ha forse giocato un effetto determinante per l’ispirazione che ha condotto alla scelta di un tale nome, invece, l’immagine restituita dalla scansione al microscopio elettronico, resa in colore grigio piombo, che effettivamente potrebbe ricordare proprio o il cappello di Gandalf o la cappa di un camino; ma Arcella cappacamini non sarebbe davvero stato un nome particolarmente accattivante.

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Il cappello di Gandalf (a sinistra) e l’ameba Arcella gandalfi (a destra) a confronto. O forse è il cappello a destra e l’ameba a sinistra. Scusate, il mio elfico è un po’ arrugginito, e anche Gandalf sembra un po’ confuso (troppa erba-pipa?).

Eriovixia gryffindori [4] è un bellissimo [scusate il parere personale] ragno della famiglia Araneide, descritto anch’esso negli ultimi mesi del 2016, da un trio di aracnologi indiani. Il nome, che forse non è di immediata comprensione per i fan più ‘tiepidi’ della saga della Rowling, deriva da Godric Grifondoro (Gryffindor nella versione originale), originario proprietario di quello che è poi diventato il Cappello Parlante (Sorting Hat nella versione originale) che smista gli studenti nelle quattro Case di Hogwarts, dal momento che l’addome di questo ragno ha una forma molto particolare, che effettivamente di profilo ricorda moltissimo quella di tale cappello.
I ragni del genere Eriovixia, diffusi dall’Asia orientale all’Africa, sono bestiole affascinanti: hanno l’interessante – e utile, per loro – caratteristica di mimetizzarsi imitando le foglie morte e rinsecchite che si trovano nel loro habitat, costituito dalle grandi foreste tropicali e subtropicali. La somiglianza con le foglie morte ovviamente garantisce a questi ragni il doppio vantaggio di rendersi invisibili sia ai potenziali predatori sia alle potenziali prede.
Immagino – forse un po’ sadicamente – il turno del povero aracnofobico Ronald Weasley in una cerimonia di Smistamento svolta, per un tragico errore (o forse per un tiro mancino di quel burlone di Albus Silente), usando il ragno anziché il vero cappello…

Gabriele


Note

[1] Féres J.C., Porfirio-Sousa A.L., Ribeiro G.M., Rocha G.M., Sterza J.M., Souza M.B.G., Soares C.E.A. & Lahr D.J.G., 2016, Morphological and morphometric description of a novel shelled amoeba Arcella gandalfi sp. nov. (Amoebozoa: Arcellinida) from Brazilian continental waters, Acta Protozoologica 55 (4): 221-229.

[2] Ogni nome scientifico è composto da due elementi: il primo, scritto con la maiuscola, è il nome del Genere al quale la specie appartiene, mentre il secondo, scritto con la minuscola, viene detto attributo specifico, e designa quella specie in particolare distinguendola da tutte le altre specie appartenenti a quel Genere; il nome della specie è quello composto da tutti e due i termini considerati insieme, e non dal solo attributo specifico.

[3] Ovviamente la prima apparizione di Gandalf non è così recente, ma risale al 1937, anno di pubblicazione de “Lo Hobbit”; tuttavia, l’iconografia con la quale il grande pubblico identifica lo stregone è ormai quella dei film di Jackson, il primo dei quali è uscito nel 2001.

[4] Ahmed J., Khalap R. & Sumukha J.N., 2016, A new species of dry foliage mimicking Eriovixia Archer 1951 from Central Western Ghats, India (Araneae: Araneidae), Indian Journal of Arachnology 5 (1-2): 24-27.

Morire di freddo per il riscaldamento globale

La natura è ricca di paradossi, e spesso amo certi di questi paradossi. Forse amo un po’ meno quelli macabri, ma anche quelli può darsi che valgano la pena di essere raccontati. E credo che questo sia proprio uno di quei casi.

Non mi soffermo sul riscaldamento globale, né sul fatto che inspiegabilmente esista ancora una piccola fetta del diagramma a torta che contiene tutti gli scienziati del mondo dove si trovano quelli che ne negano la lampante evidenza; né sto ad elencare singole fonti recenti che provino la drammatica autenticità del fenomeno, dal momento che l’esistenza di intere riviste scientifiche votate esclusivamente alla pubblicazione di ricerche su di esso dovrebbe essere sufficiente [1].
Se siete interessati ad approfondire la questione in generale, vi esorto solo ad informarvi a mezzo di materiali di comprovata serietà scientifica, e non in base all’opinione del primo che passa o delle variegate ‘pagine della scienza’ dei pestilenziali quotidiani online.
Unica cosa a spalleggiare quanto sopra – giusto perché un po’ di autocitazione del blog non fa mai male – linko l’articolo di Francesca della settimana scorsa.
Ed ora andiamo a incominciare.

Il paradosso del titolo, che spero vi abbia incuriositi, rasenta forse il grottesco, ma dovrebbe anche rendere l’idea di quanto in realtà sia ancora sottovalutato l’impatto a livello globale del cambiamento climatico.
Scioglimento dei ghiacci e innalzamento del livello del mare hanno sicuramente un impatto più forte di altro a livello emotivo, e il danno alla biodiversità direttamente conseguente a questi due fenomeni appare abbastanza ovvio; forse meno ovvio, ma ancora deducibile, l’ulteriore danno alla biodiversità per tutti quegli organismi microtermi, cioè adattati a condizioni climatiche fredde in contesti dove il clima non è poi così freddo. Parlando in soldoni e facendo un esempio: le specie alpine, che con l’innalzamento delle temperature rischiano di scomparire in massa dalle nostre montagne [2].
Lo spauracchio che occupa in toto la scena è quindi quello dell’aumento di temperatura; ma allora come è possibile che un aumento della temperatura porti a morire…di freddo!?

Ancora una volta il nostro esempio particolare sarà interpretato da quei paffuti pennuti terragnoli che rispondono al nome di Tetraonidi e che, nel caso non si fosse capito, sono i miei preferiti tra tutti i discendenti dei Dinosauri ad oggi viventi – ve li ho nominati fino alla nausea, a partire dal gallo forcello per arrivare al gallo cedrone.
Stavolta non ci concentriamo però su uno in particolare, ma su tutti quanti, o per lo meno su tutti quelli che troviamo in Europa (6 specie).

I Tetraonidi potrebbero essere presi come esempio enciclopedico dell’adattamento alla vita in climi freddi: possiedono infatti diverse caratteristiche peculiari sviluppate in millenni di evoluzione proprio per far fronte a basse temperature e ambienti per lungo tempo innevati.
Innanzitutto, caratteristica unica tra gli uccelli, hanno le piume della testa che arrivano fino a coprire le narici. E pure le zampe sono ricoperte di piume fino all’attaccatura delle dita; nelle pernici bianche, anzi, le piume ricoprono addirittura l’intera zampa fino alle punte delle dita. Tutto questo per limitare la perdita di calore corporeo.
Inoltre, le dita hanno delle escrescenze cornee laterali (sono dette ‘dita pettinate’) che permettono alla zampa di funzionare come una racchetta da neve sul terreno innevato, distribuendo il peso corporeo su una superficie più ampia di quella delle dita e consentendo ai nostri cicciotti Tetraonidi di non sprofondare nella neve ogniqualvolta muovono un passo a terra in inverno.

Tutti questi adattamenti ai climi freddi costituiscono, alla luce del riscaldamento globale, un biglietto di sola andata verso l’estinzione per lo meno nelle aree più impattate dagli effetti di questo riscaldamento, e le popolazioni alpine di Tetraonidi sono fortemente a rischio già per questo. Ma, se questo è l’effetto più logico ed immediato da immaginare, ce ne sono altri un pochino più subdoli.

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Gli adattamenti dei Tetraonidi ai climi freddi: teste (sopra) e zampe (sotto) di Pernice bianca (Lagopus muta) (a sinistra) e Gallo cedrone (Tetrao urogallus) (a destra). Si notano le narici ricoperte dalle piume della testa, le zampe piumate fino all’attaccatura delle dita nel Gallo cedrone e fino alle unghie nella Pernice bianca, e le ‘dita pettinate’ del Gallo cedrone.

Per non congelare appesi ai rami delle conifere [3] durante le rigide notti invernali (che forse non ci sembrano poi più così rigide sulle Alpi, ma pensate un attimo alla Siberia…), questi uccelli hanno sviluppato una tecnica piuttosto furba: scavano dei rifugi notturni nella neve – che per comodità, e anche un po’ per analogia, chiameremo igloo.
Con le loro robuste zampe da razzolatori, scavano nella neve fino a creare una cavità sufficiente ad ospitarli comodamente. Il buco d’ingresso viene tappato con la neve derivante dallo scavo della ‘camera’ interna dell’igloo, et voilà, il nostro gallo forcello o francolino di monte di turno è bello che al riparo da intemperie, predatori e altre seccature varie.

Una volta che lo scavo è ultimato e l’igloo è chiuso, l’animale scarica il contenuto dell’intestino, così da avere una sorta di moquette che isoli le zampe dalla neve gelata. Forse un po’ disgustoso ai nostri occhi, ma certamente efficace. Tra l’altro, questi mucchietti di deiezioni (‘fatte’, in gergo tecnico), essendo sostanzialmente costituiti da fibre vegetali semidigerite, possono persistere, conservandosi anche grazie al freddo, fino al periodo del disgelo, permettendo così di individuare fino in primavera i punti di preferenza per il pernottamento invernale.
Ma fin qui è andato tutto bene. Dove sta, quindi, la fregatura?

Il normale utilizzo di questi igloo prevede che al mattino il Tetraonide si svegli e, spiccando il volo, infranga senza molte difficoltà la crosta nevosa sopra la sua testa [v. qui un gallo forcello e qui un gallo cedrone], liberandosi così dalla sua alcova di neve, che chiaramente non viene riutilizzata ma riscavata ex novo ogni sera. L’unica testimonianza di tutto questo è una traccia di impronte che si interrompe bruscamente nella neve e un buco a forma di gallo o pernice con le ali aperte un mezzo metro più avanti.
Ma c’è un ma.
Se le temperature della giornata precedente sono state sufficientemente elevate da sciogliere almeno lo strato superficiale della crosta nevosa e quelle notturne si sono riabbassate di botto facendola ghiacciare, l’igloo si può trasformare in una letale trappola di ghiaccio: una crosta troppo dura, dove la neve della volta dell’igloo ha perso la struttura cristallina lassa a causa dello scioglimento e si è trasformata in uno strato compatto di ghiaccio, cede molto meno facilmente all’involo del gallo o della pernice di turno, che a questo punto vi si possono trovare intrappolati. E una volta chiusi dentro, l’assideramento o la morte per fame non sono prospettive così irrealistiche.
E, ahimè, non si tratta solamente di congetture sul sesso degli angeli, ma di report ben documentati [4].

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Schema degli ‘igloo’ dei Tetraonidi – in questo caso di un Gallo forcello (Tetrao tetrix) che ha scavato lungo un pendio ben innevato.

Chiariamoci: non che questo non succedesse già prima (non è così difficile pensare che al passaggio tra inverno e primavera, con sbalzi di temperature giornalieri anche forti, questo si verificasse anche in passato), ma non è così scorretto pensare che con l’innalzamento delle temperature e le stagioni sempre più impazzite una cosa del genere possa diventare più una costante che uno spiacevole aneddoto.

Un’altra cosa poco ovvia (ma comunque non meno ovvia del fatto che il riscaldamento globale uccida per il freddo degli uccelli superadattati ai climi freddi) legata allo scontro tra innalzamento delle temperature e stagioni invernali riguarda la predazione.
Lo scavo degli igloo è doppiamente strategico perché consente non solo di trascorrere le notti invernali ad una temperatura meno rigida di quella esterna, ma è anche fondamentale per evitare i predatori almeno durante la notte: un gallo forcello appollaiato sui rami bassi di un larice è comunque più visibile di una flebile traccia che si perde nella neve, specialmente di notte. Questa valenza degli igloo è stata confermata dall’osservazione di elevati tassi di predazione negli inverni con poca neve [5], quando il manto nevoso era troppo sottile perché i galli forcelli potessero scavare i rifugi notturni ed erano quindi più esposti alla predazione, soprattutto da parte dell’Astore (Accipiter gentilis).

Ultimissima riflessione: sempre meno neve vuol dire anche sempre più predazione per le pernici bianche, visto che quello di cambiare colore del piumaggio in inverno in uno scenario alpino privo di neve – dove, per intenderci, il bianco abbagliante risalta come un pugno in un occhio davanti a pietre grigiastre ed erba secca – passerà dall’essere una genialata dell’evoluzione ad una candidatura in pole position ai Darwin Awards. [6]

Gabriele


Note

[1] Vedansi a riguardo almeno i siti web delle principali riviste scientifiche sull’argomento: Nature Climate Change, Climatic Change, The International Journal of Climate Change: Impacts and Responses, American Journal of Climate Change, Journal of Climate Change, British Journal of Environmental and Climate Change, Global Environmental Change; e altri ancora.

[2] Tante specie alpine sono ‘relitti glaciali’, cioè specie adattate a climi freddi discese dal Nord Europa all’epoca delle glaciazioni che, al ritiro dei ghiacci, trovarono che climi congeniali ai loro adattamenti erano rimasti solamente sulle montagne (ricordiamo infatti che le condizioni climatiche cambiano all’aumento dell’altitudine analogamente a come cambiano all’aumento della latitudine).

[3] Ebbenesì, pur essendo uccelli terricoli, i Tetraonidi dormono appollaiati sui rami bassi degli alberi. Tranne le pernici bianche, ma giusto perchè vivono in ambienti di tundra – artica o alpina – dove di alberi non ce ne sono. Però tutti scavano le buche nella neve durante la brutta stagione…sempre che di neve ce ne sia.
[N.B. ‘LE’ pernici bianche, perché ne esistono 4 specie; sulle Alpi ne abbiamo una sola].

[4] Ménoni E., Léonard P., Desmet J.-F. & Nappée C., 2010, Problems of ice crust formation for grouse or partridges and the possible relation to climate change, Grouse News 39: 6-10.

[5] Spidsø T.K., Hjeljord O. & Dokk J.G., 1997, Seasonal mortality of black grouse Tetrao tetrix during a year with little snow, Wildlife Biology 3 (3-4): 205-209.

[6] Qui non è che serva una citazione, è semplice buon senso, dai. Aggiungo solo che la pernice bianca scozzese (Lagopus scotica) qui la scampa, perché, dal momento che vive nelle brughiere scozzesi, l’evoluzione ha ben pensato di omaggiarla con un piumaggio che la fa sembrare un cespuglietto di brugo secco e che non diventa bianco in inverno. Nonostante mi dicano che in Scozia nevichi comunque un sacco. Valla a capire ‘sta evoluzione.

 

V per Vulnerabilità: sotto il segno del cambiamento climatico

Stavolta il Platypo ha fatto il colpaccio. Solo due settimane fa, è stato pubblicato su Nature Climate Change – lo spin-off di Nature votato specificamente a ricerche sull’impatto del cambiamento climatico – un importante articolo guidato da esperti dell’Università “La Sapienza” di Roma che mette in relazione i life-history traits di Mammiferi e Uccelli con la loro vulnerabilità al cambiamento climatico. Argomento interessante, vero?
Ebbene, oggi noi abbiamo qui a raccontarcelo nientemeno che una dei coautori dell’articolo! Lascio con molto piacere la parola a Francesca, con il suo primo, interessante e graditissimo contributo a The Platypus Review.   [Gabriele]

Sei un mammifero non scavatore, a cui non piace la vita sottoterra, o un uccello che vive ad elevate altitudini e pigro nel compiere grandi distanze? Se la risposta è si, ci dispiace dirti che possiedi alcune delle caratteristiche in grado di farti rientrare tra le specie più a rischio per cambiamento climatico.

Come facciamo a saperlo? Ebbene, su Nature Climate Change è stato recentemente pubblicato un importante articolo [1] che identifica per la prima volta quali tratti di life-history (dove per life history si intende il modello di sopravvivenza e di riproduzione di un organismo, con annesse strategie e tratti che influenzano direttamente la sopravvivenza e la tempistica riproduttiva) di mammiferi ed uccelli conferiscano loro vulnerabilità al cambiamento climatico. Fino a questo momento, infatti, non era stato ancora fatto nessuno studio che quantificasse quante specie avessero almeno una popolazione attualmente impattata dal cambiamento climatico.
Ai fini di questo studio, è stata attuata una grande e lunga ricerca all’intero della vastità che è la letteratura scientifica; ciò ha permesso di ricavare un totale di 70 articoli per i mammiferi e di 66 per gli uccelli contenenti dati su specie le cui popolazioni hanno avuto una qualsiasi risposta (negativa, positiva, mista o nessun cambiamento) alle modificazioni del clima. Tali risposte sono state riscontrate su un totale di oltre 700 specie e per esse è stato possibile capire quantitativamente quali tratti intrinseci e spaziali fossero associati ad una risposta negativa al cambiamento climatico.

Quali sono alcune delle caratteristiche per cui specie di mammiferi ed uccelli possano risultare più a rischio di estinzione per il cambiamento climatico rispetto ad altre? Ecco un breve identikit:

Mammiferi:

  • Non sono fossori (mammiferi non adattati a scavare e/o vivere sottoterra)
  • Hanno una dieta specializzata

Uccelli:

  • Vivono ad elevate altitudini
  • Hanno una distanza di dispersal ridotta (per dispersal si intende la massima distanza coperta dai giovani individui quando si spostano dal sito di nascita al sito riproduttivo)
  • Hanno una lunghezza delle generazioni ampia

Caratteristiche comuni relative all’areale in cui le specie vivono:

  • Elevata stagionalità della temperatura negli scorsi 60 anni (stagionalità calcolata attraverso la differenza tra il massimo ed il minimo delle temperature che una specie si trova ad avere all’interno del proprio areale di distribuzione)
  • Ridotta stagionalità delle precipitazioni (la stagionalità in questo caso si riferisce alla differenza nelle precipitazioni medie tra i quarti – intervallo di tre mesi – più umidi e più secchi che una specie si trova ad avere all’interno del proprio areale di distribuzione)

Da quanto è stato osservato con questo studio, è probabile che almeno il 47% dei mammiferi minacciati (414 specie su 873) ed il 23,4% degli uccelli minacciati (298 su 1272) possieda almeno una popolazione che abbia risposto negativamente al cambiamento climatico. È importante, a tal proposito, sottolineare come nelle Liste Rosse IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) [2] solo il 7% dei mammiferi ed il 4% degli uccelli sia classificato come minacciato da “climate change and severe weather”(cambiamento climatico e tempo atmosferico rigido) sotto la voce delle Minacce. Questo divario numerico può essere dovuto a vari fattori, come ad esempio la mancanza di dati per alcune zone di presenza delle specie considerate.

Perché questo studio è importante a livello scientifico?
Oltre al fatto che per la prima volta si è stabilito come stiano ORA le specie, quando la maggior parte degli studi al momento si è concentrata sullo stabilire proiezioni e previsioni nel futuro, i risultati ottenuti hanno dimostrato come l’impatto del cambiamento climatico sulle specie sia stato gravemente sottostimato e questo deve dare l’input agli scienziati affinché i loro sforzi a livello conservazioni stico puntino e diano maggior riguardo all’OGGI e non solo alle conseguenze e agli impatti futuri.

Salviamo il salvabile…siamo ancora in tempo!

Francesca


Note

[1] Pacifici M., Visconti P., Butchart S.H.M., Watson J.E.M., Cassola F.M. & Rondinini C., 2017, Species’ traits influenced their response to recent climate change, Nature Climate Change, doi:10.1038/nclimate3223

[2] La Lista Rossa IUCN è il più ampio database esistente sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali a livello globale.

 

Lupus ex fabula

Il lupo è il “tema caldo” di questi giorni: domani verrà discusso dalla conferenza Stato-Regioni il nuovo piano di gestione e conservazione del lupo in Italia, che ha fatto tanto clamore nei giorni scorsi per via dell’inserimento della possibilità di deroga al divieto di caccia. Tanto clamore che, alla fine, diverse Regioni si sono schierate contro questa insensata deroga…vedremo domani come andrà a finire.
Per l’occasione, abbiamo chiesto di scrivere un pezzo sul lupo per il Platypo a una naturalista che se ne è occupata direttamente. Magda ha infatti studiato i lupi sia per la sua tesi di laurea triennale sia per la magistrale; sotto la guida del prof. Meriggi dell’Università di Pavia, uno dei massimi esperti italiani sull’argomento, ha toccato con mano le tematiche fondamentali sullo studio della dinamica di popolazione, della gestione e del conflitto con le attività umane di questa specie così importante per il nostro ecosistema, tenendo anche alcune serate divulgative sull’argomento. Questo tanto per precisare che sa di cosa parla.
A lei, dunque, la parola     [Gabriele]

Alcune paure sono difficili da eliminare, soprattutto quelle più ataviche e intrinseche, come la paura del buio, dei serpenti, degli insetti, e anche dei predatori. Gli occhi gialli che brillano nella notte, i ruggiti sommessi e i passi silenziosi di misteriosi animali del bosco non ci lasciano certo indifferenti. Tutte queste paure sono parte del nostro patrimonio culturale e genetico, derivano da secoli di esperienza dei nostri antenati che dovevano sopravvivere nell’ambiente naturale, e sono quasi impossibili da evitare.
Chi non ha paura del lupo cattivo? Chi vorrebbe incontrarne uno sul proprio cammino (a parte un piccolo numero di appassionati e ricercatori)? Questa paura, i miti e le false informazioni che circondano la figura del lupo fanno sì che una grande porzione della popolazione non accetti questa specie e la sua recente espansione sul territorio italiano, oltre ai “conflitti di interesse” che spesso si possono creare con alcune categorie specifiche come allevatori, pastori e cacciatori che vedono nel lupo un loro competitore e nemico diretto. Lo dimostrano le numerose e gravi azioni di bracconaggio che negli ultimi anni si sono verificate in tutto il nostro Paese, sulle Alpi e sull’Appennino: lupi avvelenati, catturati nei lacci, fatti ritrovare decapitati di fronte alle sedi di Parchi ed altri Enti per la protezione dell’ambiente, spesso considerati gli attuatori della reintroduzione del predatore in Italia poiché purtroppo è ancora difficile da accettare l’idea di una naturale espansione (spaziale e numerica) delle popolazioni animali.

La presenza del lupo sul territorio è avvertita come qualcosa di dannoso, soprattutto perché da diversi decenni non siamo più abituati a convivere con un predatore e accettare il cambiamento non è semplice, mentre si preferisce cercare di mantenere lo status quo e lasciarsi contagiare dall’idiosincrasia verso questa specie, vedendola anche dove non c’è (basti pensare ai latrati, alle impronte e agli avvistamenti che sono stati ricollegati al lupo quando non si trattava d’altro che di cani vaganti) e dandole la colpa per la scarsità della selvaggina, per la scomparsa di capi di bestiame abbandonati allo stato brado sui pascoli, e perfino per la difficoltà a poter passeggiare con serenità nei boschi accompagnati dai proprio figli e da uno o più cani (rigorosamente non al guinzaglio).

Sono stati questi sentimenti e le pressioni esercitate affinché “si faccia qualcosa e si risolva il problema” a far sì che nel nuovo Piano per la Gestione del lupo in Italia, attualmente in fase di approvazione definitiva, sia stata inserita una deroga da applicare alla protezione assoluta di questa specie (da parte della normativa nazionale ed europea [1]) e che ne permetta l’abbattimento controllato fino al 5% della popolazione totale.
Molte sono state le proteste da parte di associazioni ambientaliste, dalla LAV al WWF, il quale ha anche stilato un decalogo di motivazioni per le quali non è consigliabile approvare queste deroghe; non si tratta puro “idealismo green”, non è un’avversione alla semplice uccisione di alcuni animali, come nel caso dell’opposizione al controllo di specie alloctone e nocive (ad esempio la nutria e lo scoiattolo grigio), ma si tratta di interesse per la conservazione di un predatore in una condizione di fragile equilibrio, ancora in fase di ripresa dopo una quasi totale estinzione dal territorio italiano.

Prova di questo fatto è che anche diversi ricercatori ed esperti si sono schierati contro tale proposta [2], indicando principalmente le difficoltà nella determinazione degli individui da abbattere in termini di sesso e classe d’età ma anche, e soprattutto, di ruolo e posizione all’interno del branco: la rimozione di un individuo dominante, ad esempio, può portare alla dispersione del branco e ad un aumento della pressione predatoria sul bestiame, poiché i singoli animali, non organizzati in gruppo e con una scarsa conoscenza del territorio, tendono a selezionare prede più “facili”, per non parlare del danno che verrebbe apportato al pool genetico della popolazione se venissero rimossi gli individui dalle migliori caratteristiche.

L’obiezione principale che viene mossa riguarda poi le scarse e incomplete conoscenze che, ad oggi, abbiamo sul lupo in Italia; non esiste ancora un unico studio, effettuato su scala nazionale, coordinato e con un metodo standardizzato, e che sia condotto abbastanza a lungo da fornire informazioni sul trend, la struttura e la consistenza della popolazione: si parla del 5% di un totale ignoto, di una stima lassa che si aggira tra i 1.200 e i 1.800 individui.

La grande sconfitta che deriverebbe, infine, dall’approvazione di questo punto del Piano di Gestione sarebbe soprattutto ideologica: significherebbe ammettere l’inefficienza dei metodi preventivi contro la predazione sulle mandrie e sulle greggi (e basterebbe davvero poco, un semplice ritorno alle buone pratiche di allevamento con stabulazioni, recinzioni e guardiania), e validare le paure delle persone accettando come ultima (ma poi, ultima davvero?) arma di “protezione” da questa specie la sua eliminazione diretta.
In definitiva, non ci sono le conoscenze adeguate e le tempistiche non sono ancora idonee per poter applicare le deroghe proposte dal Piano in totale sicurezza per la conservazione del lupo e, soprattutto, la popolazione italiana non è ancora libera dalle paure e dai preconcetti verso questo predatore per poter permettere che passi e che venga legittimato il messaggio che “i lupi sono troppi”…fanno ancora troppa paura!

Magda


Note
[1] In Italia, dal 23 luglio 1971 con Decreto Ministeriale (“Decreto Natali”), il lupo è una specie protetta, quindi non cacciabile, e secondo l’attuale piano normativo italiano è tutelato dalla legge 157/92 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio (art: 2, 4, 19 -c.2-, 26) e dalla legge 357/97 Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alle conservazione degli habitat naturali e semi-naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche (art: 7 -c.2-, 8 -cc.1,2-, 11 -c.1-, 12).
A livello comunitario è tutelato dalla Convenzione di Berna (1979) – Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, dove, nell’allegato II, viene menzionato come specie strettamente protetta. Il lupo inoltre è tutelato dalla Direttiva Habitat EU (1992) – Direttiva n. 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche, che, nell’allegato IV, ne impone una protezione rigorosa.
[2] Una sintesi in questo articolo di Lisa Signorile.


*** Qualche fonte:

Dossier WWF sul Lupo in Italia (2016)

Rassegna stampa sul Piano di Gestione che verrà discusso domani

Piano di Gestione e Conservazione del Lupo in Italia (versione 2015)

5 “favole” da sfatare sul Lupo

10 cose da sapere sul Lupo (video)

Quanti lupi ci sono in Italia? Articolo scientifico e versione divulgativa

*** E, in particolare, questi articoli scientifici che dimostrano che:

Abbattere i predatori non ha effetti benefici sulla salvaguardia del bestiame

La predazione sul bestiame è maggiore da parte di lupi ‘allo sbaraglio’ piuttosto che da parte di lupi organizzati in branchi ben strutturati

Vita, morte e miracoli del Mercurio

mercurio

CARTA DI IDENTITA’
Il mercurio è un metallo pesante dalla tipica colorazione bianco-argentea. Allo stato solido, il mercurio è duttile e tenero, ma essendo il suo punto di fusione a -38°C circa, a temperatura ambiente è l’unico metallo che si presenta liquido. È considerato comunque un cattivo conduttore di calore ma buon conduttore di elettricità. Dal punto di vista chimico il suo simbolo è Hg, ha numero atomico 80, un peso atomico di 200,6 e numero di ossidazione tipico e più stabile +2, potendo quindi formare due legami atomici. Il punto di passaggio dallo stato liquido allo stato gassoso è a 356°C. Sia il punto di fusione che di ebollizione sono valori insolitamente bassi per un metallo, dovuti alla conformazione degli orbitali atomici.
Il mercurio interagisce con altri metalli, tipo oro e argento, per formare i cosiddetti amalgami. Quasi tutti gli altri elementi hanno scarsa reattività nei confronti del mercurio. Il ferro invece non si lega proprio e infatti fiaschi in tale materiale sono stati tradizionalmente impiegati durante l’attività estrattiva e commercio di mercurio.

DISPONIBILITA’ IN NATURA
È un elemento raro nella crosta terrestre ma essendo relativamente inerte con la maggior parte degli altri elementi chimici, soprattutto quelli più abbondanti, i suoi minerali sono particolarmente concentrati dell’elemento, rendendo il mercurio uno dei metalli meno onerosi da purificare, grazie anche alle sue proprietà chimiche uniche. Si trova raramente come metallo nativo e più spesso nel cinabro (HgS, solfuro di mercurio) dal quale viene estratto per arrostimento e successiva condensazione dei vapori. Altri minerali da cui si estrae il mercurio sono la cordierite e la livingstonite.

Dalle miniere peruviane di Huancavelica, sono state estratte oltre 100 mila tonnellate di metallo tra la metà del XVI secolo e la fine del XIX secolo. Molte delle miniere che contribuivano alla maggior parte della produzione mondiale in Italia, Slovenia, Stati Uniti e Messico sono oggi esaurite. Sembra che le ultime miniere sfruttabili di mercurio siano state scoperte in Algeria negli anni ’70; da allora la produzione mondiale annua di mercurio è scesa da 9000 tonnellate alle attuali 1600 tonnellate all’anno.

 

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Parco Nazionale Museo delle miniere – Foto di Michele Ruffaldi Santori

In Italia, le estrazioni minerarie più note erano quelle sul Monte Amiata (compreso tra le provincie di Siena e Grosseto) e in Alta Versilia (Lucca) fino agli anni cinquanta. Oggi esiste un museo ad Abbadia San Salvatore e Santa Fiora (sul Monte Amiata) che ripropone le vicende legate all’attività mineraria tra i secoli XIX e XX, fornendo ampia informazione sulle tecniche di estrazione sin dagli albori.

SCOPERTA, STORIA E CURIOSITA’
Il mercurio era già noto in tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell’antico Egitto risalenti al 1500 a.C.. In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture e aiutasse a conservare la buona salute. Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, sia impazzito e quindi morto per l’ingestione di pillole di mercurio che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantirgli vita eterna.
Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti e come cosmetico. Per gli alchimisti, il mercurio era spesso visto come uno degli elementi primordiali che costituiscono la materia, considerandolo come il simbolo del tempo ciclico e rappresentato simbolicamente come un serpente che si morde la coda e che si feconda da sé stesso. Gli alchimisti ritenevano anche che cambiando il tipo e tenore di zolfo, il mercurio poteva essere trasformato in qualsiasi altro metallo, in special modo l’oro.
Nomi utilizzati anticamente per indicare il mercurio sono “argento vivo” e “idrargirio” che derivano dalla parola latina hydrargyrum, a sua volta derivata dal greco ydrargyros, (motivo per cui il simbolo chimico è Hg) parola composta dai termini corrispondenti ad “acqua” e “argento”, per via del suo aspetto liquido e metallico. L’elemento prese quindi il nome del dio romano Mercurio per via della sua scorrevolezza e mobilità. Dal termine hydrargyrum derivano idrargirismo -intossicazione cronica da mercurio-  e idrargirite, minerale più noto col nome di calomelano.

USI INDUSTRIALI, NEL QUOTIDIANO E IN MEDICINA
L’uso più comune che conosciamo per il mercurio è nei termometri ma anche in altri strumenti di misura come i barometri, sfigmomanometri, pompe a diffusione e altri, proprio perché è un metallo liquido opaco e ad alta densità. Viene anche utilizzato in campo elettrico per la realizzazione di interruttori, elettrodi e pile. Nelle “celle a mercurio” viene utilizzato un elettrodo di mercurio liquido per la produzione di cloro gassoso e idrossido di sodio. I vapori di mercurio sono stati usati in alcune lampade a fluorescenza.

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Il Cappellaio Matto nella versione Disney

Tra la seconda metà del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo la produzione di cappelli di feltro passava attraverso un processo chiamato “carotatura” che consisteva nell’immergere le pelli di animali in una soluzione color arancione di nitrato mercurico, Hg(NO3)2. Questo processo separava il pelo dalla pelle. La tossicità della soluzione e dei suoi vapori causarono moltissimi casi di avvelenamento tra i fabbricanti di cappelli che si manifestarono con sintomi come tremori, instabilità emotiva, insonnia, demenza e allucinazioni. A tali casi si ispirò Lewis Carroll per il personaggio del Cappellaio Matto in Alice nel Paese delle Meraviglie.

I composti chimici del mercurio sono stati impiegati come catalizzatori, coloranti, insetticidi e addirittura molti composti sono stati usati nei secoli scorsi a scopo terapeutico e profilattico. Oggi sono molto meno diffusi, data la maggiore consapevolezza dei loro effetti tossici.

Il cloruro mercuroso (noto anche come “calomelano”) e il mersalile sono stati usati tradizionalmente  come diuretico, disinfettante locale e lassativo. Il cloruro mercurico (o “sublimato corrosivo”) era usato anch’esso come disinfettante, nonché nel trattamento della sifilide, anche se gli effetti collaterali erano tali da andare a confondersi con i sintomi della malattia stessa. Disinfettanti locali per uso esterno a base di sali di mercurio (ad esempio il “mercurocromo”) trovano ancora impiego in numerose nazioni, benché in altre siano stati messi al bando.
Il mercurio metallico è l’ingrediente principale dell’amalgama d’argento, materiale composito a matrice metallica per uso odontoiatrico. La tossicità dell’amalgama è oggetto di controversia sin dall’introduzione; in tempi recenti è sempre più spesso sostituito da materiali alternativi, principalmente resine composite.

CAUSE ED EFFETTI DELL’INQUINAMENTO AMBIENTALE
Il destino del mercurio in ambiente dipende dallo stato di ossidazione in cui viene rilasciato e disperso. Le principali fonti antropiche di mercurio in ambiente sono i processi industriali non controllati, l’uso di erbicidi e fungicidi a base di mercurio, la combustione di rifiuti solidi urbani (principalmente le batterie esauste) e nella combustione fossile come impurità del carbone. Le fonti naturali di dispersione possono essere le emissioni vulcaniche e la volatilizzazione da ambienti acquatici o geologici. Nelle zone estrattive del mercurio è facile avere suoli contaminati dal metallo ma può accadere che ciò non sia dovuto all’impatto umano, bensì per via di un fondo biogeochimico, ovvero un arricchimento naturale del metallo nel terreno. La presenza per tempi geologici nel suolo o nel fondale marino, ha dato modo alle specie animali e vegetali (nonché ai cittadini di queste zone) di vivere in sintonia con questa anomalia, sopportando livelli di contaminazione che normalmente sarebbero causa di danni e malattie in altri soggetti non abitualmente esposti.
Il mercurio allo stato liquido è il più innocuo ma essendo molto volatile può permanere in atmosfera per circa un anno ed essere trasportato anche lontano dal luogo di emissione. Allo stato ossidato, quindi reattivo, si associa a qualche elemento in atmosfera, depositandosi poi al suolo o in ambiente acquatico, dove è poco solubile. Perciò principalmente l’inquinamento da mercurio è un fenomeno normalmente di scala locale o di area vasta, ma si trasforma in fenomeno mondiale sia a causa degli enormi quantitativi rilasciati in ambiente (in forte aumento a partire dall’età industriale ad oggi) sia a causa di altri contaminanti che attivano il mercurio non reattivo (come a causa della presenza di ozono troposferico e particolato organico).
I composti organici del mercurio si formano con più probabilità rispetto ai composti inorganici a causa dell’affinità dell’elemento con i gruppi funzionali contenenti zolfo. Questo riduce la mobilità e la solubilità del mercurio disperso in ambiente. Il più pericoloso è il metil-mercurio, facilmente bioaccumulabile nella catena alimentare.

DANNI SU VEGETALI E ANIMALI
I vapori di mercurio danneggiano la produzione della fotosintesi non solo delle piante ma anche della parte vegetale dei licheni, ottimi bioindicatori della qualità dell’aria. A basse concentrazioni le piante sono comunque in grado di assorbirlo e subito dopo riemetterlo in ambiente; a concentrazioni elevate lo concentrano ma apparentemente da studi eseguiti fin ora senza subirne troppe conseguenze.
Di diverso tipo invece è l’intossicazione animale causata dai composti organici del mercurio. Negli organismi acquatici il metil-mercurio viene facilmente bioaccumulato nei tessuti animali, subendo poi il fenomeno della biomagnificazione, ovvero una concentrazione maggiore del contaminante che risale la catena alimentare.

DANNI E MALATTIE PER L’UOMO
L’avvelenamento da mercurio negli esseri umani può avvenire tramite la respirazione dei vapori di mercurio, oppure con la dieta, soprattutto di pesci alla cima della catena alimentare come il tonno e il pesce spada, che biomagnificano il metil-mercurio. Questo composto rende incapace l’organismo di provvedere alla disintossicazione dei metalli pesanti, che così vanno ad accumularsi nell’organismo con grave effetto neurotissico o inibendo l’attività enzimatica di alcune proteine, portando a scompensi metabolici ed effetti quali atassia (progressiva perdita della coordinazione muscolare), insonnia, parestesia (formicolio e alterazione della sensibilità degli arti), restringimento del campo visivo, disartria (disturbo del linguaggio), ipoacusia (riduzione dell’udito).

IL PEGGIOR DISASTRO NELLA STORIA
Nella storia recente si ricorda il disastro ambientale nella baia di Minamata provocato da intossicazione acuta di mercurio organico, che causa una malattia che oggi porta il nome della località. In casi estremi, i sintomi includono oltre a quelli riportati sopra, disordine mentale, paralisi, coma e morte nel giro di alcune settimane dai primi sintomi. Una forma congenita della malattia può essere trasmessa anche al feto durante la gravidanza.

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Il bagno di Tomoko, di W. Eugene Smith, 1971 – Una delle foto più note del disastro di Minamata: una madre fa il bagno al figlio, disabile a causa dell’avvelenamento da mercurio

Minamata è un villaggio giapponese nella prefettura di Kumamoto, dove era locata l’industria chimica Chisso Corporation che utilizzava celle a mercurio nel processo di produzione del cloro-soda e che ha scaricato le acque reflue direttamente nella baia per oltre 30 anni (dal 1932 al 1968). Il mercurio si accumulò in pesci, molluschi e crostacei che erano alla base dell’alimentazione degli abitanti di Minamata, villaggio di pescatori. Nonostante i decessi non solo degli esseri umani ma anche di cani, gatti e maiali, il governo e l’industria chimica fecero ben poco per evitare il disastro. Al marzo 2001, sono state ufficialmente riconosciute più di 2200 vittime, delle quali quasi 1800 sono morte, e più di 10.000 persone hanno ricevuto risarcimenti dalla Chisso. Le cause e le richieste di risarcimento continuano tuttora.

RIMEDI, DECONTAMINAZIONE E SOSTITUZIONE
Il grave problema della tossicità ambientale del mercurio ha portato ad una serie di iniziative da parte di organismi nazionali ed internazionali che si occupano di tutela dell’ambiente e salute pubblica, impegnati per una sua progressiva eliminazione dai cicli produttivi in ogni sua forma. Nel 2013 questi sforzi si sono concretizzati nella Convenzione di Minamata, un accordo internazionale firmato da più di cento Paesi in cui si prevede l’introduzione progressiva di una serie di misure di contenimento, per arrivare nel 2020 alla messa al bando totale di alcuni dispositivi, tra cui batterie, lampade a fluorescenza e cosmetici.
L’Unione Europea è a sua volta impegnata sullo stesso obiettivo, avendo nel 2005 fissato un programma in più punti (EU mercury strategy) in cui si indicavano una serie di misure volte alla diminuzione progressiva dell’uso del mercurio in ogni sua forma. A partire dal 3 aprile 2009 il termomentro a mercurio è stato bandito dal mercato italiano, secondo quanto previsto dalla direttiva dell’Unione Europea; come alternativa si sono quindi diffusi i termometri digitali, o termometri a liquido contenenti galinstano.

Massimo

Le più grandi scoperte scientifiche della storia, al tempo dei social.

Disclaimer: questo articolo ironico è una traduzione di un post comparso originariamente su www.poesiacompleta.com , l’autore ( @kikegdelariva ) mi ha concesso il privilegio di tradurre e condividere il suo lavoro. Prendete e ridetene tutti.

Come verrebbero condivise le alcune delle più grandi scoperte scientifiche della storia, se fossero avvenute al tempo dei social? Nel mare odierno di titoli acchiappa-click, pessima divulgazione e bufale condivise migliaia di volte al giorno sui social network, tanto vale farci una risata 🙂

«Clicca qui se anche tu sei rimasto a bocca aperta guardando questi uccelli che si evolvono in specie diverse grazie alla differente distribuzone geografica!» Charles Darwin

«Scopri la formula segreta che fa impazzire i chimici!» Louis Pasteur

«50 cose curiose che non sapevi sui poligoni» Euclide

«3 leggi infallibili per impressionare i tuoi amici e descrivere matematicamente il movimento dei pianeti intorno al sole!»  Keplero

«A questo dottore colava il naso… Non crederai a quello che è successo dopo!» Alexander Fleming

«Non crederai mai a quello che succede quando un grasso e un magro si buttano sullo stesso materasso!» Albert Einstein

«La storia  della donna dietro all’uomo che scoprì il Radio» Marie Curie

«10 posti mozzafiato che devi visitare assolutamente (velocemente, perchè si stanno allontanando a causa dell’espansione dell’Universo)» Edwin Hubble

«15 ragioni incontenstabili sul perchè i gatti sono meglio dei cani e sul perchè non lo sono assolutamente» Erwin Schrödinger

«5 immagini di diagrammi astronomici che la Chiesa non ti farà mai  vedere!» Galileo Galilei

«15 foto profilo di Facebook vs. la forma elicoidale della struttura del DNA» Francis Crick & James D. Watson

«Sei capace di scoprire dov’è la pallina e a che velocità si muove? Condividi se l’hai risolto!» Werner Heisenberg

«3 lezioni di vita che puoi imparare quando ti cade una mela in testa» Isaac Newton

Fabrizio

Bozze, alberi e disegni in Evoluzione – Parte VI

Disclaimer: nessun disclaimer, capitoli precedenti qui, quo e qua,  Paperoga e Paperino. Buona lettura!

Capitolo 11 – Alfred Sherwood Romer

Un piccolo capitolo a parte per parlare di Alfred Sherwood Romer (1894-1973), palentologo americano e studioso di anatomia comparate dei vertebrati: dopo che l’Europa ebbe Haeckel, il più grande “costruttore di alberi” d’oltreoceano è sicuramente lui. Fu un grande specialista per quanto riguarda l’evoluzione dei vertebrati e la sua produzione letteraria  fu molto prolifica: stando alla nostra fonte principale [1] è probabile che qualche nostro lettore più anziano, laureatosi magari negli anni ’60 o ’70, riconosca le immagini che allora riempivano i libri di testo scritti proprio da Romer e largamente utilizzati per moltissimi anni. I suoi alberi si possono trovare disegnati seguendo molti stili differenti, partendo da illustrazioni minimali in pieno stile Agassiz ad altre molto più elaborate o addirittura didattiche, adornate da disegni degli animali stessi.

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Albero dei vertebrati, con riferimenti temporali (a sx) e di abbondanza di taxa (larghezza della nuvola), da”Vertebrate Paleontology”, 2ed., Alfred Romer (1945)

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Albero rappresentante la radiazione evolutiva della famiglia dei Rettili (oramai obsoleto), da “Man and the Vertebrates”, 1° ed., Alfred Romer (1933)

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Albero filogenetico dei rettili mammaliani, con illustrazioni delle modificazioni dello scheletro cranialie, da “Synapsid evolution and dentition “, Alfred Romer (1961)

Capitolo 12 – Scena 1, esterna: piano sequenza di metà ‘900

Da metà ‘900 in avanti arriveranno gli ultimi veri cambiamenti, sia a livello teorico e concettuale che pratico, dove le analisi genetiche inizieranno a farla da padrone. Lasciamo questi argomenti per un prossimo articolo (che si avvarrà di una collaborazione con il nostro Gabriele, molto più ferrato del sottoscritto sull’argomento) e tuffiamoci in una carrellata di illustrazioni di alberi filogenetici ed evolutivi del dopoguerra. Gli stili sono ormai, nella maggior parte dei casi, tendenti ad un approccio più “user-friendly”, spesso corredati di illustrazioni, senza mai mancare la ormai consolidatissima disposizione ad albero verticale. Nonostante ciò, alcuni svarioni in pieno stile surrealista continuano a fare capolino qua e là. A seguire qualche esempio, con un grosso contributo di William King Gregory (1876-1970), grande anatomista e primatologo americano : storia vuole che credette inizialmente alla frode dell’uomo di Piltdown, ma lo perdoniamo perchè disegnava veramente bene. Via col piano sequenza, curiosità storiche nelle didascalie.

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Albero evolutivo degli Emitteri, William Edward China (1933) – Dedicò tutta la sua vita allo studio di questo taxon, arrivando a descrivere 98 generi e 248 specie!

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Albero evolutivo dei viventi, come proposto da Herbert Faulkner Copeland (1938) – In questo albero l’autore propone una nuova divisione degli esseri viventi in 4 diversi Regni (Monera, Protisti, Plantae e Animalia), soppiantando la vecchia concezione dicotomica di due singoli Regni composti solamente da Piante e Animali.

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Albero filogenetico degli Teleostei proposto da Walter Garstang (1931) – Fu il primo autore a proporre una classificazione dei pesci ossei in base alla morfologia della connessione tra vescica natatoria e orecchio: come molto spesso accade nella Scienza, fu ignorato all’epoca e la sua teoria riportata in auge più di trenta anni dopo (e viene usata tutt’ora). 

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Un “diagramma schematico dei sistemi degli organismi” di Hermann Joannes Lam (1936) – Mi piacerebbe descrivervelo, ma non ci ho capito nulla nemmeno io…

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Albero degli adattamenti evolutivi degli “squali alati”(razze e mante, superordine Batoidea), William King Gregory (1935) 

gregory-2

Evoluzione della morfologia dentale di orsi, panda e procioni, William King Gregory (1951)

gregory-3

Evoluzione dell’omero nei vertebrati, Williamo King Gregory (1948)

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Stupendo albero evolutivo delle lucertole, William King Gregory (1951)

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Morfologia della mano nei Primati, William King Gregory (1951) – Mi piace pensare che linea a sinistra, che esce dal riquadro, contenga anche Homo Sapiens, insieme a oranghi, gorilla, scimpanzè.

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Copertina del libro “Our Face from Fish to Man” di William King Gregory (1929) – grande esperto di morfologia del cranio, Gregory disegnò tantissime illustrazioni per questo particolare campo di studi.

E’ tutto per questa puntata, spero la qualità dei disegni sopperisca alla scarsità di testo. Recuperemo nella prossima puntata, dove forse vi mancheranno tutte queste illustrazioni 😛

Fabrizio

FONTI:

[1] “Trees of Life“, Theodore W. Pietsch, ed. John Hopkins University Press, 2001

Immagini prese dalla prima fonte citata e pescate nell’internette, particolarmente wikiedia.org e wikicommons.org